PUNTO DI VISTA

Agenda digitale, Mele (Uil): “E’ ora di fare chiarezza sulle competenze”

Il sindacalista Uil accende i riflettori sui ritardi e avverte: “Si può ricominciare puntando su Tlc e servizi convergenti, ma lasciandosi alle spalle le troppe intermediazioni pubbliche, private e partitiche”

Pubblicato il 01 Apr 2014

Giuseppe Mele, Uil Tlc &Innovazione digitale

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Il 26 marzo i sindacati hanno preso carta e penna; anzi vista l’occasione, schermo e tastiera. Hanno scritto su digitale e nuove tecnologie al giovane premier, fiduciosi di suscitare l’interesse di Renzi, che non solo comunica a base di hashtagtwitter ma che è anche il primo premier ad aver portato un tablet in Parlamento. Un anno fa, a giugno 2013 i segretari confederali di settore avevano chiesto un incontro ufficiale al governo sull’Agenda Digitale senza ricevere risposta. Adesso sono stati i segretari confederali a scrivere assieme ai segretari delle categorie della comunicazione (Slc, Fistel e Uilcom).

La lettera è arrivata mentre si erano appena posate le acque dopo un mese di grande nervosismo, in cui esperti, guru e politici, delle varie tendenze, impegnati sul tema digitale, s’erano esibiti in una poco ammirabile baruffa di sottogoverno. Mentre veniva formandosi il nuovo esecutivo, gli stessi che lo volevano giovane e snello, reclamavano a gran voce il ritorno del ministero ad hoc come ai tempi degli Stanca e degli Osnaghi. Poi visto che non arrivava, le attenzioni si sono spostate su eventuali incarichi di sottosegretariato. Appelli, polemiche tecniciste messe in piazza, interpellanze sullo stato dei fondi strutturali destinati al digitale sono stati fatti roteare come le ali di pavone durante le danze rituali. Gran parte del trambusto proveniva, tranne poche eccezioni, proprio dal partito di maggioranza, cui certo non mancavano le informazioni più aggiornate.

Ad esporre dubbi e lai pubblici erano suoi ben informati esponenti che sicuramente su ogni timore, preoccupazione e stima avevano già in mano non solo i termini della questione, ma anche le risposte già approntate dagli uffici burocratici preposti. Alla fine il governo ha spacchettato le competenze relative tra i tre sottosegretari Lotti, Giacomelli, Rughetti ad editoria, comunicazioni e semplificazione PA. Non ha toccato la distinzione tra infrastrutture materiali e immateriali, mantenendole ancora unite nelle relative commissioni, senza unire cultura, comunicazione e tlc. Ha trovato già defunta la direzione Comunicazioni del Ministero dello Sviluppo Economico, annacquata per opera del precedente ministro Zanonato, tra altre 15 direzioni, in quelle generale di comunicazione elettronica, territoriale e nell’ Istituto superiore Tlc. Soprattutto non si è espresso né sull’operato della squadra di Mister Digital Caio, né sulle intese, linee guida e protocolli dell’Agenzia digitale affidata dopo un lungo iter burocratico a Ragosa.

Esasperati da tale silenzio, alla fine esperti, guru e politici delle varie tendenze, hanno superato le naturali divergenze per annunciare un comitato intergruppo, su cui è calato rapidamente il sipario dato che il soggetto, non proprio nuovo, è il terzo di comitati simili sorti negli ultimi 4 anni. Il prossimo passo toccherà al Comitato per la comunicazione in tema di rinnovamento dell’immagine della Camera, che l’11 aprile lancerà a Montecitorio, un possibile Code for Italy. Paradossalmente il silenzio governativo sul digitale, l’assenza di nuove nomine e l’annuncio di nuove iniziative fanno ben sperare. Palazzo Chigi sembra rendersi conto che l’idea montiana di un’Agenzia capace di strappare guida e poteri a potenti Ministeri, ad ancora più potenti territori e ad inaccessibili Authority, fosse un sogno ad occhi aperti, ancora più difficile delle stesse modifiche costituzionali. L’Agenzia, per poter sopravvivere, ha rinunciato ad un ruolo attivo sulle questioni della rete nazionale ed europea.

I sindacati, con grande concretezza, al contrario hanno chiesto al governo, un intervento complessivo sull’“Internet Veloce”, cioè su un complesso di questioni (banda larga, digitalizzazione della PA, e-commerce, distribuzione digitale per le PMI) che per loro natura non possono essere affrontate separatamente. Hanno evidenziato che lo sviluppo del digitale è per forza di cose sviluppo dei settori che ne tengono i piedi i capisaldi; che è sviluppo dell’operatività del lavoro di quei settori. Hanno chiaramente definito “colpa grave” non rimediare all’errore principale del passato, quello di avere indebitato oltremisura l’operatore principale Telecom, cui si deve porre rimedio con la “ricapitalizzazione attraverso le garanzie di Cassa Depositi e Prestiti. Ipotesi che annullerebbe entrambi le ipotesi di scorporo della rete Telecom, come di fusione di quest’ultima con l’operatore spagnolo Telefonica.

Sono apparsi banali nel ricordare l’ovvio, vale a dire che solo risorse significative, e private, possono sviluppare la larghissima banda, raccogliendo le risorse promesse dai mercati finanziari ed avviare lo Stato digitale, dotando il pubblico impiego degli opportuni strumenti di produttività e di incentivazione economica. Non solo. I sindacati, infrangendo quello che è un tabù di sinistra, tutto politico, hanno richiamato l’importanza dei contenuti nella convergente evoluzione del settore televisivo (che) passerà attraverso la banda larga e tramite l’altissima definizione della Tv “4K”.

Con grande onestà, Fuggetta membro del team Caio, oggi ammette di avere sbagliato con tanti altri esperti, nel 2006, pronunciandosi contro l’ipotesi di un nuovo ministero Stanca perché “tutti devono fare innovazione”. Fu lo stesso errore di considerare digitale ed informatica e telecomunicazioni, delle commodity, replicabili da ciascuno secondo i propri gusti. Oggi scrive Fuggetta, “…per l’innovazione gli ultimi 10 anni sono stati un disastro. Incompetenti che hanno impazzato per ogni dove. Amministrazioni che hanno proceduto in ordine sparso senza guida né regia. Chiacchiere a vuoto su buzzword affascinanti quanto marginali come open source, open data, startup”.

Vengono mescolati digitale e questioni fuori tema, quali l’etica, l’informazione, la formazione, gli standard delle competenze, il rapporto tra PA e social network. Gli operatori privati hanno fatto da supplenti in mancanza o in presenza di troppi decisori. Se Telecom continua la parabola calante, è difficile raggiungere i 100 M per il 50% della popolazione entro il 2020 e “l’Italia, avvertono i sindacati, rischia di non cogliere nessuno degli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea.” Ci sono alcuni punti fermi, inimmaginabili solo pochi anni fa. A scuola, Inglese, Impresa, Informatica è ormai un must. Internet e Tv devono convergere. La riforma del titolo V è considerato un grande errore, anche dal punto di vista della digitalizzazione.

Ugualmente le modalità della privatizzazione e lo svilimento dell’Ict. Il grande spezzatino, pubblico-privato, centrale-regionale, ha tolto risorse, voglia e energia ai lavoratori pubblici e privati, prigionieri delle consulenze quanto lo sono i Ministeri delle società private che hanno in pancia. Le norme su Cad, Spc, accessibilità, open source sono punti fermi da aggiornare ai tempi. Difficile che un premier, tanto meno un ministro, possa districare un tale nodo gordiano, costruito per di più negli anni dai suoi. Il rischio è che coltiverebbe difetti, tic e stane mescolanze. Si può solo cominciare rimettendo in piedi, con le necessarie risorse, la rete tlc ed i servizi convergenti, con l’idea che trascinino lo sviluppo degli altri attori e dei contenuti industriali, pubblici, commerciali, comunicativi, finanziari lasciandosi alle spalle le tante intermediazioni inutili e controproducenti, pubbliche, private e partitiche.

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