IL CASO

Ericsson (di nuovo) nella bufera: pagamenti sospetti, il titolo crolla in Borsa

Possibili versamenti ai terroristi dell’Isis per ottenere l’accesso ad alcune vie di trasporto in Iraq ed eludere le dogane locali: ad ammettere l’eventualità è il ceo Borje Ekholm in un’intervista. L’azienda svedese già accusata in passato di corruzione e violazioni

16 Feb 2022

Mi Fio

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Ericsson potrebbe aver effettuato pagamenti ai terroristi dell’Isis per ottenere l’accesso a determinate vie di trasporto in Iraq ed eludere le dogane locali: è quanto ha fatto intendere il ceo Borje Ekholm al quotidiano Dagens Industri specificando di aver individuato “spese insolite risalenti al 2018”, anche se non è ancora stato individuato il destinatario delle stesse. Ma non si esclude, appunto, che possa trattarsi di un’operazione legata al terrorismo. La notizia ha fatto crollare il titolo della società dell’8,5% in avvio di seduta. “Quello che stiamo osservando è che le vie di trasporto attraversano aree controllate da organizzazioni terroristiche, compreso l’Isis”, ha detto Ekholm. I pagamenti sospetti – riporta il Financial Times – sarebbero emersi nel corso di una indagine interna per corruzione avviata nel 2018 e che ha visto coinvolto il Dipartimento della Giustizia Usa.

La nota di Ericsson per chiarire la questione

A seguito dell’intervista il gruppo svedese ha rilasciato una nota ufficiale per chiarire i termini della questione: “Nell’ultima settimana, Ericsson ha ricevuto richieste dai media svedesi e internazionali in merito ad un’indagine interna del 2019 della società, sulla condotta in Iraq. Ci impegniamo alla trasparenza e al miglioramento continuo delle nostre prestazioni di conformità. E continuiamo a investire in modo significativo per comprendere appieno le questioni. Come in tutte le indagini non si può escludere la possibilità di non aver trovato tutti i fatti soggiacenti. Ribadiamo il nostro impegno a indagare e ad adottare le misure appropriate per affrontare qualsiasi nuova informazione, in linea con il nostro Codice di etica aziendale e secondo i termini del nostro 2019 Deferred Prosecution Agreement (Dpa), con le autorità statunitensi”.

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L’azienda puntalizza di essere attiva in Iraq da quando la revoca dell’embargo delle Nazioni Unite ha portato alla riapertura del mercato delle apparecchiature per le telecomunicazioni. “Da allora, Ericsson ha continuato il suo lavoro nel paese, anche durante i periodi di disordini civili. L’Iraq è uno dei numerosi paesi in cui le crescenti preoccupazioni per la sicurezza e il rischio per il benessere dei colleghi sono monitorate da vicino. L’azienda dispone di processi in atto per gestire i rischi per la sicurezza, coprendo sia i dipendenti che i subappaltatori”.

Le dichiarazioni di spesa insolite in Iraq, risalenti al 2018, “hanno avviato una revisione che ha rivelato problemi di conformità relativi alle violazioni del Codice di etica aziendale dell’azienda. Le indagini su queste preoccupazioni hanno portato a una successiva e dettagliata indagine interna che è stata intrapresa da Ericsson nel 2019, supportata da un consulente legale esterno”.

L’indagine ha incluso la condotta di dipendenti, fornitori e fornitori Ericsson in Iraq nel periodo 2011-2019. Ha riscontrato gravi violazioni delle norme di conformità e del Codice etico aziendale. Ha individuato prove di cattiva condotta correlata alla corruzione, tra cui: effettuare una donazione in denaro senza un chiaro beneficiario; pagare un fornitore per lavori senza un ambito e una documentazione definiti; utilizzare i fornitori per effettuare pagamenti in contanti; finanziare viaggi e spese inadeguati; e uso improprio di agenti di vendita e consulenti. Inoltre, ha riscontrato violazioni dei controlli finanziari interni di Ericsson; conflitto di interessi; inosservanza delle leggi tributarie; e ostacolo alle indagini.

Risalgono però a ottobre scorso le contestazioni da parte del Dipartimento di Giustizia Usa rispetto agli accordi del 2019 presi con la società.  Ericsson ha reso noto di avere ricevuto dal Dipartimento una lettera in cui le viene contestato di essere venuta meno agli obblighi del patteggiamento siglato nel dicembre 2019, relativo a vicende di corruzione, “per non avere fornito alcuni documenti e informazioni fattuali”.

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