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Fare o no la guerra all’Isis? La risposta è su Facebook

Web e social network fanno da cassa di risonanza agli eventi internazionali. Ma è un trend pericoloso perché frena l’analisi e l’approfondimento

02 Mar 2015

Piero Laporta

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Hanno dovuti ricredersi, a proposito della guerra a Isis, quanti hanno negato sino a ieri che la Rete fosse in grado di emendare le sciocchezze della politica. Antonio Ricci in un’intervista a Il Fatto paragonò i social network a covi di perditempo. Forse è vero però nel giro di tre giorni i pareri ufficiali sulla guerra sono trascolorati dall’andare come i Lombardi alla Prima Crociata, “giubilando per l’asportazione sentier”, al più cauto “riflettiamo” di Matteo Renzi, chetando i tamburi di guerra, percossi dai ministri di ministro degli Esteri e Difesa.

“Abbiamo 5mila uomini pronti a partire” e la Rete rispose in coro “A fare che cosa?”: quantità di persone hanno sollevato dubbi ragionati sulle modalità con le quali stava nascendo – malissimo – l’ennesima missione militare. D’altronde quanti ideologicamente avversi all’immigrazione hanno avuto buon gioco a, come si dice a Roma, buttarla in politica:”Ne sono entrati a migliaia sinora incontrollati, mica Isis ha ancora bisogno di traversare il Mediterraneo per invaderci. ..”

Bruno Vespa con le mappe e i tanti esperti cercava di cavalcare un’onda contraria; il web aveva tuttavia sentenziato:”Ma mi faccia il piacere…”. Facile, come s’ è visto, farsi prendere nel vortice psicotico di lanci di agenzie, video shock, catastrofi imminenti: una quantità di dati che paiono informazioni e sono deformazioni. Una casalinga, mentre 5mila indisturbati olandesi devastano Roma, domanda al web: “5mila soldati addestrati a combattere casa per casa come a Stalingrado? Basterebbero?” Piovvero “mi piace”. Gli esperti? “Mi piace” pure da loro, sulla rotta scelta dal web.

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