Tra gli asset strategici che l’Italia vanta nel suo arsenale geopolitico, i backbone ad alta capacità e i punti d’approdo per i cavi sottomarini ricoprono un ruolo sempre più determinante. Se è facile immaginare il nostro Paese come uno snodo fondamentale per i traffici commerciali, infatti, è meno immediato rendersi conto di quanto, soprattutto nei prossimi anni, la Penisola possa diventare cruciale per la data economy, europea e non solo.
In questo senso il fermento che sta vivendo il settore dei cavi sottomarini a livello globale rappresenta per l’Italia un’enorme opportunità di sviluppo. A patto che si dia vita a un vero e proprio ecosistema integrato, in cui landing station e infrastrutture a fibra ottica forniscano un supporto adeguato a veicolare i volumi di dati attesi nell’era dell’intelligenza artificiale.
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La nuova mappa dei cavi sottomarini favorisce la posizione dell’Italia
La nuova rivoluzione tecnologica, d’altro canto, si interseca con importanti trasformazioni negli assetti e negli equilibri di forza sul piano globale. Le crisi in Ucraina e in Medio Oriente non stanno solo ridisegnando le rotte di approvvigionamento energetico e di materiali critici, ma costituiscono anche un monito da non sottovalutare per chi disegna, costruisce e gestisce le infrastrutture su cui corrono i dati.
In questo contesto si fa sempre più rilevante l’importanza della Penisola italiana, che si candida naturalmente a diventare una piattaforma strategica non solo come punto d’approdo per le informazioni che raggiungono l’Europa centrale, ma anche come snodo per il cosiddetto Medioceano, ovvero il bacino del Mediterraneo. Quello che nei tempi antichi veniva considerato il “Mare Nostrum” è oggi infatti un punto nevralgico, in quanto collega attraverso due colli di bottiglia – lo stretto di Gibilterra e il canale di Suez – l’oceano Indiano con quello Atlantico.
Il coordinamento italiano del Regional Cable Hub
Non è un caso che la Commissione europea abbia varato un nuovo pacchetto di interventi per rafforzare la resilienza dei collegamenti che sostengono traffico dati, comunicazioni internazionali e flussi energetici. Con una dotazione di 5,8 milioni di euro, sono stati infatti istituiti i primi due Regional Cable Hubs europei, uno nel Mar Baltico e uno per l’appunto nel Mediterraneo.
Per la realizzazione dell’Hub Mediterraneo, in particolare, sono stati stanziati 3,3 milioni di euro di finanziamenti che confluiranno in un progetto coordinato dall’Italia insieme a Grecia, Cipro e Malta. L’hub combinerà procedure comuni, strutture decisionali condivise e una piattaforma tecnologica federata. L’obiettivo è quello di promuovere lo scambio di informazioni in near real-time, individuando anomalie e fornendo risposte coordinate agli incidenti (attività, quest’ultima, supportata da una nuova call del valore di 40 milioni di euro, finanziata tramite il Connecting Europe Facility Digital).
Inutile dire che per il nostro Paese il coordinamento del progetto rappresenta un passaggio strategico, che rafforza la leadership italiana nel presidio del Mediterraneo in una fase in cui la sicurezza dei collegamenti globali è diventata una condizione abilitante per non solo per la continuità dei servizi, ma anche per l’autonomia (o sovranità, che dir si voglia) digitale del Vecchio continente.
Verso la nuova data economy: un Hub al centro del Mediterraneo (e dell’Europa)
Proprio perché il Mediterraneo è un crocevia per i dati internazionali, la capacità di sorvegliare e proteggere queste reti assume un valore crescente anche in chiave economico-industriale.
Data center, cloud, piattaforme digitali, servizi finanziari, pubbliche amministrazioni e imprese dipendono già oggi da collegamenti affidabili e resilienti. Lo scenario però è destinato a diventare ancora più complesso: basti pensare che, secondo le stime attuali, il traffico dati sulle infrastrutture europee passerà dai 349 Tbps registrati nel 2024 ai 646 Tbps previsti per il 2027, con un incremento del 22,8% (Fonte: elaborazione Sparkle su IP Networks Forecast H2’23 Telegeography).
Sono i numeri della data economy, di cui, per ora, abbiamo solo visto un abbrivio. Ma si tratta di una realtà che è pronta a esplodere: il vero boom avverrà sull’onda delle applicazioni abilitate dalla convergenza di tecnologie come 5G e intelligenza artificiale negli ambiti soprattutto dell’Industrial Internet of Things, della Realtà mista e dei servizi di smart mobility basati sulla guida autonoma.
Data center, landing station e dorsali: l’Italia è pronta a supportare il “continente dell’AI”?
La domanda a questo punto sorge spontanea: l’Italia è in grado di sostenere il ruolo che è chiamata a coprire in questo scenario? Dispone delle infrastrutture, delle competenze e delle capacità di spesa per allinearsi all’obiettivo della Commissione di Bruxelles di fare dell’Europa il “continente dell’AI”? Difficile rispondere con certezza. Ma è possibile farsi un’idea, analizzando gli asset attualmente a nostra disposizione.
In Italia, secondo un censimento di Data Center Map, ci sono innanzitutto 262 centri di elaborazione dati, a cavallo di strutture già operative, in costruzione o pianificate. Permane però un netto squilibrio rispetto alla dislocazione dei campus: l’intero sistema tricolore ruota infatti intorno a Milano, che conta circa 75 strutture censite (di cui 49 già operative), oltre il 30% dei data center presenti sulla Penisola.
Rispetto alle landing station, i cavi sottomarini che raggiungono l’Italia si concentrano in tre snodi principali: Mazara del Vallo, Catania e Bari (quest’ultimo nodo cruciale per il traffico dati tra Asia e Medio Oriente, garantito dal cavo AAE-1 di Retelit). Impossibile non citare poi il sistema Genova Landing Platform, vero porto digitale del mar Ligure, a cui approda, dopo aver fatto tappa a Palermo, il cavo BlueMed e dove sorgerà QGEN01, il data center carrier-neutral realizzato da Quadrivium in collaborazione con Retelit.
Ma c’è anche Taranto, scelta come punto di approdo del progetto Magna Grecia Cable, sempre di Retelit: la nuova infrastruttura sottomarina, di circa 323,5 km, collegherà la Grecia a una rete in fibra ottica che si estende per 47mila km, attraversando aree urbane e industriali per mettere in comunicazione le città italiane ed europee con l’Asia, il Medio Oriente e gli Stati Uniti.
Vincere la sfida tra infrastrutture e governance: la visione strategica di Retelit
Del resto per Retelit l’Hub Mediterraneo sta diventando il tassello fondamentale di una scacchiera ben più ampia. Con l’acquisizione di BT Italia, infatti, Retelit ha ampliato la propria infrastruttura di rete in fibra ottica aggiungendo al proprio network di 34 data center quattro nuove strutture nelle aree metropolitane di Milano e Roma. In particolare, il data center di Settimo Milanese, certificato Tier IV, arricchirà l’Avalon Campus – il più grande hub di interconnessione italiano con oltre 170 operatori presenti.
Se le sinergie con le competenze e gli asset di BT Italia consentono all’operatore di creare un’offerta di digital platform che integra infrastrutture e soluzioni digitali, in grado di soddisfare le esigenze dei mercati SME, Large Corporation, Operatori Telco, Ott, oltre che della pubblica amministrazione, l’operazione Sparkle insieme al MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze), che coinvolge un’infrastruttura che collega circa 50 Paesi attraverso oltre 600 mila chilometri di fibra, di cui una parte rilevante su cavi oceanici, segna un passaggio chiave nella ridefinizione degli asset strategici delle telecomunicazioni internazionali.







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