MERCATI

Smartphone, spiragli di ripresa: in Cina la produzione a +17%

Gli stabilimenti cinesi tornano a sfornare device mobili a tutto vantaggio dei vendor locali, con Huawei in testa. Apple “resiste” e fa leva sull’iPhone low-cost per tenere viva la quota di mercato nel Paese asiatico

13 Mag 2020

Patrizia Licata

giornalista

Le fabbriche cinesi di smartphone hanno aumentato le loro consegne ai vendor del 17% nel mese di aprile rispetto ad aprile 2019, un segnale che il mercato è in ripresa dopo il brusco stop dovuto all’emergenza coronavirus. I dati sulla produzione di smartphone in Cina arrivano direttamente dal think tank controllato dal governo di Pechino, la China Academy of Information and Communications Technology (CAICT).

La crescita della produzione interna è una buona notizia per i big degli smartphone nazionali, come Huawei, ma anche per Apple, che in Cina controlla una nicchia di vendite destinate alle classi più abbienti o a chi è desideroso di possedere uno “status symbol”. La ripresa della fabbriche cinesi è in generale consideratore un indicatore di un prossimo ritorno alla normalità per la produzione cinese di hardware destinato al mercato consumer.

Un iPhone “low-cost” per la Cina

Secondo il think tank CAICT, ad aprile i produttori di smartphone hanno distribuito 40,8 milioni di unità contro 34,8 milioni un anno prima. L’accademia cinese, tuttavia, per la prima volta non ha rivelato la percentuale di dispositivi Android distribuiti sul totale, un parametro essenziale per capire quanti sono gli iPhone venduti in Cina ogni mese.

Società di ricerche private che seguono il mercato degli smartphone come Canalys, Idc e Counterpoint Research hanno tutte riferito un calo degli iPhone distribuiti nel primo trimestre da Apple in Cina, mentre la rivale Huawei è riuscita a mantenere i livelli stabili. Gli altri vendor cinesi di smartphone, Oppo, Vivo e Xiaomi, che propongono tutti device Android, hanno subito una flessione a due cifre a causa del coronavirus.

Apple ha già reagito tagliando i prezzi del suo iPhone 11 in Cina, l’unico dei suoi mercati principali dove i negozi fisici hanno già riaperto. La Mela ha anche lanciato un iPhone low-cost (399 dollari ma 499 sul mercato italiano) che mira ad attrarre nuove fasce di pubblico.

Resistono i brand cinesi

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Su scala globale, gli analisti di TrendForce hanno indicato che la crisi innescata dal coronavirus colpirà duramente la produzione di smartphone ancora nel secondo trimestre, con un calo del 16,5% rispetto al secondo trimestre 2019, pari a 287 milioni di unità distribuite. Nonostante la graduale ripresa dell’attività di fabbricazione in Cina e di distribuzione dei modelli dopo settimane di chiusura, TrendForce pensa che la pandemia porterà a una forte contrazione della domanda.

Samsung e Apple manterranno le attuali posizioni sul mercato, restando prima e terza in classifica, rispettivamente, ma perderanno share a tutto vantaggio dei rivali cinesi, secondo la società di ricerca. TrendForce stima che la produzione di iPhone sia scesa di quasi il 9% a circa 38 milioni di pezzi nel primo trimestre e si aspetta un ulteriore calo di 2 milioni di unità nel secondo. Il market share di Apple diminuirà così al 12,6% nel secondo trimestre contro il 13,5% del primo.

La cinese Huawei, secondo TrendForce, produrrà circa 48 milioni di smartphone nel secondo trimestre per soddisfare la domanda in ripresa sul mercato domestico. Si tratta di un incremento di 2 milioni di unità rispetto al primo trimestre. Anche gli altri marchi cinesi Xiaomi, Oppo e Vivo torneranno a crescere guadagnando quote di mercato nei tre mesi che termineranno a fine giugno.

Le stime negative di TrendForce per il secondo trimestre seguono il calo del 10% nella produzione mondiale di smartphone durante il primo trimestre, che include marzo, il mese in cui è esplosa l’epidemia di Covid-19 prima in Cina e poi in Europa e negli Stati Uniti.

TrendForce ha tagliato la sua previsione annuale per l’output di smartphone a 1,24 miliardi di unità rispetto alla precedente stima di 1,35 miliardi. Si tratterebbe di una flessione dell’11,3% in confronto al 2019.

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