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Tim, divergenze fra Giorgetti e Colao sul dossier rete unica

I sindacati escono insoddisfatti dall’incontro con i due ministri e denunciano: “La posizione del Governo non è chiara”. No a eventuali spezzatini e si auspica una maggiore presenza di Cassa depositi nell’azionariato dell’azienda a garanzia della spinta agli investimenti e della tutela occupazionale. Ma mentre il titolare della Transizione digitale non appare così favorevole all’integrazione fra Tim e Open Fiber sulla base dell’attuale progetto, il titolare del Mise annuncia che si possono valutare eventuali sinergie

02 Dic 2021

Mila Fiordalisi

Direttore

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È finito con una certa insoddisfazione da parte dei sindacati l’incontro odierno con i ministri dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e della Transizione digitale Vittorio Colao. “Non è emersa alcuna posizione governativa chiara sull’intera vicenda rete e Tim”, commentano i sindacati e secondo quanto risulta a CorCom ci sarebbe profonda divergenza in particolare sul dossier rete unica.

Che il ministro Colao non concordi sull’assetto del piano AccessCo, che prevede la proprietà della rete in capo a Tim, non è un mistero. Nei giorni scorsi ha anche detto che “la Commissione Europea ci ha ribadito sempre che operatori verticalmente integrati (come Tim, ndr) non vengono visti come pro concorrenziali: ovviamente ne terremo conto”. Ma in realtà la Commissione Ue non si è mai espressa ufficialmente in questa direzione.

Tornando all’incontro odierno con i sindacati “usciamo con una disponibilità a proseguire il confronto ma per il resto non è emersa alcuna posizione governativa chiara sull’intera vicenda rete e Tim. Manca di fatto una sintesi su cui confrontarsi. Intanto il tempo passa e c’è il rischio che alcune decisioni si compiano. Continueremo il nostro percorso di mobilitazione per evitare errori irreparabili”, sottolineano Fabrizio, Solari, segretario generale della Slc Cgil e Vito Vitale, segretario generale della Fistel Cisl. Da parte sua Salvo Ugliarolo, segretario generale Uilcom conferma che “l’incontro ci ha visto non soddisfatti”. “Abbiamo spiegato le nostre preoccupazioni e le nostre proposte su Tim e sul tema della Rete e ribadito la nostra contrarietà ad operazioni di spezzatino”.

Sempre secondo quanto risulta a CorCom i sindacati avrebbero chiesto ai due ministri una maggiore presenza di Cassa depositi e prestiti nell’azionariato di Tim, ossia un aumento della quota attualmente alla soglia del 10%, a garanzia sia degli investimenti nelle nuove reti sia della tenuta occupazionale.

In tutti i paesi occidentali i processi di liberalizzazione del mercato delle Tlc non hanno coinciso con la fine industriale degli ex monopolisti. Parliamo di aziende che hanno continuato ad avere posizioni da “incumbent” inevitabili per la loro storia ma che, grazie a processi di privatizzazione oculati e corretti contesti regolatori, hanno continuato ad essere dei “campioni nazionali”, capaci di guidare i progetti infrastrutturali interni ed attivi sul piano internazionale come attori di processi di acquisizione e consolidamento di mercati esteri. Delle vere e proprie “public company” aperte al mercato ma con una significativa presenza di capitali “pazienti” pubblici che hanno avuto il duplice pregio di stabilizzarne la governance e permettere alle istituzioni di quei paesi di continuare ad avere voce in capitolo su una infrastruttura strategica come la rete di telecomunicazioni (basti guardare a quanto avvenuto in Francia con Orange, già France Telecom, e in Germania con Deutche Telekom)”, si legge in documento delle tre sigle (QUI IL DOCUMENTO INTEGRALE)

Il ministro Giancarlo Giorgetti appare molto più possibilista rispetto ad una “convergenza” Tim e Open Fiber anche se non è chiaro il perimetro di azione: “Si possono valutare eventuali sinergie tra Tim e Open Fiber”, ha detto oggi durante l’informativa urgente alla Camera cheha fatto seguito all’incontro con i sindacati. Priorità, ha detto Giorgetti è la “necessità di realizzare una rete in fibra ottica con diffusione capillare e tutelare asset strategici nelle telecomunicazioni Il governo sta seguendo con estrema attenzione ed ha costituito un comitato con il compito di valutare i progetti sulla rete”. Riguardo al dossier Kkr il ministro ha puntualizzato che “se Kkr lancia l’Opa si attiva una procedura con la valutazione della disciplina della Golden Power” ribandendo però che per ora è stata presentata una manifestazione di interesse. È un “dossier di straordinaria importanza” che presenta “la priorità della protezione dell’occupazione, la protezione della tecnologia e la protezione della rete. Inoltre, è indiscutibile che all’interno di Tim esistano asset di natura strategica per cui è indispensabile il controllo pubblico”.

Intanto secondo quanto riferisce il quotidiano Repubblica ieri ci sarebbe stato a Milano un incontro fra i vertici di Vivendi e Cassa depositi e prestiti “per fare il punto sul futuro di un’azienda strategica per l’Italia” e per discutere dell’offerta non vincolante di Kkr. L’incontro sarebbe stato positivo, “c’e’ un terreno comune e spazio affinché Vivendi e Cdp lavorino insieme per risollevare le sorti del gruppo”, scrive Repubblica, riportando quanto riferito da diverse fonti finanziarie.

Diviso anche il mondo politico sul da farsi per affrontare il dossier Tim. Secondo la deputata del Movimento 5 Stelle Mirella Liuzzi “la preoccupazione che abbiamo avuto sin da subito è che a farne le spese, in termini di spezzatino societario, potrebbero essere in particolare le lavoratrici e i lavoratori di Tim e la sicurezza dei dati nazionali. Quale posizione ha l’esecutivo sulla rete attraverso Cassa depositi e prestiti? Come si intende agire? Non sono domande di poco conto poiché da come si risponderà, nei confronti del Parlamento e dei cittadini, dipenderanno le sorti della società”. Per Sestino Giacomoni, del coordinamento di presidenza Forza Italia “il super comitato di governo, che è stato recentemente nominato per affrontare il destino di Tim non avrà tempi brevissimi ed è bene che in esso siano rappresentate tutte le forze politiche che compongono l’attuale maggioranza di governo. Al momento non è così. È bene che il ministro Giorgetti si faccia garante di coinvolgere tutti, non solo i tecnici. La questione di Tim e della rete non è un problema solo tecnico, ma politico: riguarda il futuro del Paese”.

Per il deputato responsabile nazionale Innovazione di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone “le infrastrutture strategiche devono essere salvaguardate dalla ‘predazione’ dei fondi speculativi. I dati degli italiani, i cloud della PA e le reti devono essere nazionali. L’indirizzo della politica nazionale sul digitale sia del Governo e del Parlamento. Si faccia un’attenta valutazione delle norme sul golden power per evitare attacchi speculativi verso Tim. Non possiamo tollerare ‘spezzatini’: ci sono in ballo le gare per il cloud e i fondi del Pnrr. Tim rappresenta un asset strategico, sia in ambito infrastrutturale che occupazionale nonché sulla cablatura sottomarina con Sparkle e la cybersecurity con Telsy. Vanno tutelate le infrastrutture strategiche e la sovranità digitale”. E per il capogruppo Pd in commissione Trasporti, Davide Gariglio, “è innegabile che i continui cambi di management registrati negli ultimi anni abbiamo conferito precarietà progettuale all’azienda e che occorra quindi una maggiore stabilità dirigenziale. Siamo fiduciosi sulle scelte che prenderà il governo su una sua possibile vendita a fondi internazionali, ma siamo fortemente convinti, come Partito democratico, che ogni futuro azionista di maggioranza dovrà assicurare il rilancio degli investimenti, la valorizzazione del capitale umano, l’integrità dell’azienda, la sicurezza di infrastrutture strategiche, la tutela dei consumatori, lo sviluppo della banda ultra-larga anche ai fini degli obiettivi del Pnrr”.

Il deputato di LeU Stefano Fassina evidenzia che “lo status quo nel settore delle telecomunicazioni prima della manifestazione di interesse non vincolante da parte del fondo Kkr non era affatto soddisfacente. Lo dimostrano il ritardo italiano nelle infrastrutture di rete in fibra ottica, le quotazioni di Tim, l’assurda competizione tra Open Fiber e Tim, partecipate con quota di controllo maggioritario o comunque rilevante da Cassa depositi e Prestiti Il Governo non può limitarsi ad attendere l’eventuale Opa di Kkr per valutare se e come intervenire. Il Governo deve muoversi e definire una strategia nazionale sulle telecomunicazioni per realizzare una società a controllo pubblico dedicata alla rete unica e ai clouds dei dati delle pubbliche amministrazioni”.

“Quella di Tim è una partita strategica e siamo soddisfatti che l’atteggiamento dell’esecutivo sia decisamente più istituzionale del precedente. Tim farà le proprie scelte aziendali, ma Governo e Parlamento hanno il dovere di attrezzarsi per tutelare i propri asset strategici e gli oltre 42mila dipendenti. Mentre altri speculavano, la Lega con Salvini e Giorgetti ha messo come priorità in agenda l’ascolto dei rappresentanti dei lavoratori. Ora però è importante chiarire che l’Italia non consentirà che si riversino su questo comparto appetiti esclusivamente finanziari, così come successo finora, attraverso scelte che hanno portato a demandare al privato le nostre infrastrutture digitali”, sottolinea il deputato della Lega Massimiliano Capitanio. “Chiediamo attenzione per Tim ma anche per questioni rimaste in sospeso, per esempio il famoso piano Bul, che vedrà la luce solo nel 2026. Sono stati destinati 200 mln, di cui il 46% non è stato utilizzato, e non ci è sfuggito il dettaglio che il 76% dell’infrastruttura sia stata lasciata a un solo operatore. La Lega ha più volte chiesto e continuerà a proporre la soluzione di conferire agli amministratori locali il ruolo di ‘commissari digitali’ per dare un’accelerazione al famoso ‘risorgimento digitale’, che fa ancora fatica ad arrivare”.

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