EUROPA

Banda ultralarga, le telco virtuali contro “tassa” big tech: “Danni a tutto il mercato”

Secondo Mvno Europe l’obbligo di un contributo agli investimenti per le nuove reti sortirebbe l’effetto boomerang danneggiando piccoli operatori, imprese e i consumatori. E sarebbe a rischio anche la sicurezza dei dati. Nel mirino Italia e Germania

31 Ago 2022

Patrizia Licata

giornalista

Mvno Europe

Un’eventuale “tassa” europea sugli over-the-top per contribuire agli investimenti di rete delle telco nel 5G e nella fibra sarebbe un boomerang per gli operatori mobili virtuali Mvno, per i consumatori e le imprese europee e anche per la cybersicurezza delle reti. È quanto scrivono in un intervento i membri di Mvno Europe dicendosi preoccupati “per i contributi di investimento della rete suggeriti per finanziare le infrastrutture di telecomunicazioni, che potrebbero concretizzarsi nelle prossime proposte legislative della Commissione europea, alla luce delle dichiarazioni del commissario per il mercato interno Thierry Breton e dell’accordo politico sul prossimo Programma politico del decennio digitale“.

L’associazione riconosce che la misura intende far sì che le big tech responsabili del maggior uso di rete da parte dei loro utenti (come Amazon, YouTube, Meta, Netflix)  in quanto grandi fornitori di contenuti e applicazioni Internet contribuiscano finanziariamente agli investimenti di rete nella connettività gigabit e nel 5G, ma “la concretizzazione dei suggerimenti nella legislazione potrebbe portare all’interruzione degli attuali mercati di peering e di transito che godono di una sana competizione”.

“Temiamo – si legge nell’intervento di Mvno Europe – che i contributi di investimento di rete suggeriti danneggino seriamente la concorrenza sui mercati delle telecomunicazioni, danneggino direttamente gli Mvno e, in definitiva, siano dannosi sia per i consumatori che per gli utenti aziendali”.

In particolare, il contributo potrebbe finire col ricadere sugli utenti finali, mettendo a rischio lo sviluppo dell’economia digitale e di servizi molto usati dalle imprese come il cloud computing.

Per Mvno Europe le telco verrebbero remunerate “tre volte”

Per Mvno Europe uno dei possibili risultati di un potenziale intervento normativo di Bruxelles sarebbe che non solo le big tech, ma numerose altre società, sarebbero tenute a effettuare pagamenti aggiuntivi sostanziali alle più grandi società di telecomunicazioni per continuare a scambiare e trasmettere traffico Internet, anche se queste società pagano già gli operatori storici per l’accesso alla loro rete a condizioni commerciali o regolamentate. Si potrebbe arrivare al “risultato indesiderato che i maggiori fornitori di telecomunicazioni avranno i loro servizi di rete pagati non solo due volte (dai clienti e dai fornitori di contenuti e applicazioni), ma anche tre volte (cioè anche da operatori alternativi, che tuttavia stanno già pagando le tasse di accesso alla rete)”.

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Mvno Europe teme che la “tassa” sulle reti diventi un contributo diretto da pagare alle telco sui grandi volumi di traffico Internet. Ciò cambierebbe radicalmente Internet da una configurazione in cui ogni partecipante all’ecosistema porta (e paga) la propria connessione a Internet, a un principio di “sending-party-pays”, in base al quale i pagamenti vengono effettuati a livello all’ingrosso a un “monopolista di terminazione” che ha il controllo sull’utente finale.

La teoria del fair sharing delle telco “non è valida”

“Il traffico Internet è generato dalla domanda degli utenti, per la connettività per le comunicazioni interpersonali e anche per l’accesso ai contenuti, alle applicazioni e ai servizi su Internet. Le reti di telecomunicazione sono quindi remunerate dagli utenti tramite gli abbonamenti per la fornitura di accesso a Internet (e altri) pacchetti (fissi e mobili) e da altre fonti di finanziamento, compresi i servizi all’ingrosso”, prosegue Mvno Europe. La teoria del “fair sharing” come sostenuta dai maggiori operatori di telecomunicazioni sarebbe quindi debole dal punto di vista tecnico ed economico.

Grave distorsione del mercato

Qualsiasi tipo di “tassa di rete” che si concretizzi in un grande flusso finanziario verso i maggiori operatori di telecomunicazioni distorcerebbe il mercato delle telecomunicazioni e danneggerebbe la concorrenza nel mercato unico, prosegue Mvno Europe.

Senza alcuna garanzia su dove e come i fondi saranno spesi dalle telco si finirebbe per rafforzare la loro posizione di mercato fino al ritorno di oligopoli o persino monopoli sui mercati delle telecomunicazioni.

I fornitori più piccoli sarebbero costretti a pagare importi maggiori per il peering su Internet a pagamento, portando a una situazione asimmetrica in cui le piccole imprese sovvenzionano le più grandi.

In alcuni paesi europei (in particolare Italia e Germania) “l’operatore storico è già stato in grado di esercitare il suo potere di mercato nel mercato nazionale, rifiutando il peering diretto di Internet, costringendo così i più piccoli fornitori di accesso a Internet a effettuare pagamenti in eccesso per il transito su Internet o affrontare riduzioni di qualità”.

Gli impatti sulla sicurezza dei dati

Mvno Europe sottolinea anche le possibili conseguenze per la sicurezza dei dati dei cittadini e delle imprese europee: “In reazione al contributo di ‘condivisione equa’ che dovrebbero pagare”, gli operatori più piccoli o anche quelli grandi “potrebbero scegliere di utilizzare il transito e il trasporto internazionale per fornire il traffico Internet al di fuori dell’Ue (e evitando così la giurisdizione europea), con un rischio maggiore.

Tali pratiche di routing potrebbero anche danneggiare la qualità dei servizi basati su Internet in Europa, come è già stato visto in Italia e in Germania come un effetto delle pratiche di de-peering da parte degli operatori storici.

Danni ai consumatori e alle imprese: cloud a rischio

L’introduzione di una “tassa di rete” rischia anche di danneggiare direttamente i consumatori europei, poiché è probabile il contributo venga fatto pagare agli utenti finali. La stessa logica potrebbe applicarsi alla stragrande maggioranza delle aziende europee, che ad esempio fanno uso dei servizi cloud. In altre parole, un’iniziativa europea sul “contributo finanziario” avrebbe l’effetto involontario di mettere a repentaglio sia gli interessi dei consumatori europei sia la crescita dell’industria europea.

La posizione delle telco

Lo scorso maggio uno studio realizzato da Axon Partners per Etno, l’associazione che rappresenta le principali telco europee, ha indicato che le grandi piattaforme digitali generano il 55% del totale del traffico dati, ma non remunerano direttamente le reti telecom nazionali mentre le telco hanno investito 500 miliardi negli ultimi 10 anni.

I regolatori europei stanno studiando la questione per decidere se e in che modo Alphabet, Meta e le aziende del video-streaming debbano pagare parte dei costi dell’aggiornamento delle reti.

Secondo Etno i costi incrementali generati direttamente dal traffico delle big tech sulle reti tlc sono di almeno 15 miliardi l’anno e sarebbe necessario un intervento regolatorio che affronti la questione. Una legislazione in tal senso potrebbe aumentare il Pil europeo fino a 72 miliardi e spingere l’incremento di posti di lavoro, fino a 840mila nel 2025 nonché aiutare la riduzione delle CO2 emessa dal settore del 94%.

“Penso che ci sia un problema che dobbiamo considerare con molta attenzione, ed è questo il problema di un equo contributo alle reti di telecomunicazioni”, ha detto la commissaria all’Antitrust Margrethe Vestager in conferenza stampa in occsione della presentazione del report Etno. “Ci sono attori che generano molto traffico che poi abilita la loro attività ma che non hanno effettivamente contribuito per abilitare quel traffico. Non hanno contribuito per consentire gli investimenti nel lancio della connettività. E siamo in procinto di ottenere una comprensione approfondita di come potrebbe essere abilitato”.

Sul fronte opposto gli Ott e gli attivisti dei diritti digitali sostengono che far pagare la rete alle big tech minerebbe le regole sulla net neutrality, perché le piattaforme internet finirebbero col dare preferenza a parte del traffico dati rispetto ad altre per aiutare a finanziare le reti.

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