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L'EDITORIALE

Tlc, ripartire dal “caso” Iliad per non commettere più errori

I nodi sono venuti al pettine. Anche per il quarto operatore mobile, che dopo il boom iniziale si trova ora a fare i conti con margini non adatti alla sostenibilità del business. Xavier Niel auspica un aumento delle tariffe. E non può essere che questa la strada. Ma servono anche nuove regole a tutela del mercato e dei servizi di qualità per i consumatori

19 Mar 2019

Mila Fiordalisi

Direttore

Aumentare le tariffe. È questa la strada indicata da Xavier Niel, patron di Iliad, per spingere i numeri del business in Italia e soprattutto per garantire la sostenibilità nel lungo termine del quarto operatore mobile.

I conti dei primi sette mesi di attività nel nostro Paese mostrano già i limiti di un modello fortemente orientato sulle tariffe “stracciate”: nonostante la compagnia guidata in Italia da Benedetto Levi abbia incassato quasi 3 milioni di clienti (2,8 milioni per l’esattezza) – certamente non pochi per un new entrant – la crescita boom dei primi mesi ha subìto un rallentamento. Ma soprattutto le revenues non sono in grado di garantire l’adeguata marginalità per affrontare gli investimenti necessari al roll out delle infrastrutture e la tenuta stessa dell’operatore sul medio-lungo termine.

Che il rischio ci fosse era più che scontato: il mercato italiano delle Tlc, anche quelle mobili, già prima del debutto di Iliad versava in una situazione critica, per effetto della crisi economica ed anche per una guerra dei prezzi durata troppo a lungo. La fusione fra Wind e Tre era stata considerata dai più la chiave di volta per riequilibrare un mercato in cui la presenza di quattro operatori infrastrutturati si era fatta da tempo insostenibile. Il consolidamento avrebbe dato il giusto respiro agli operatori, alla vigilia dell’asta 5G che ben al di là delle aspettative si è trasformata in una manna per lo Stato e in un salasso per le telco.

La decisione della Commissione Ue di vincolare la fusione Wind-Tre all’arrivo di un quarto operatore, in nome di un’adeguata concorrenza e di tariffe competitive per il consumatore finale, si è dimostrata dunque un errore fatale, ai limiti del marchiano. Tanto più che la stessa Europa per anni ha sostenuto la teoria del consolidamento. E peraltro anche sul fronte della “competitività” dei prezzi l’iniziale beneficio per i consumatori – che negli ultimi mesi hanno potuto “godere” di tariffe più basse da parte di tutte le telco a fronte di un aumento spropositato di Giga gratuiti – sta mostrando un controeffetto non da poco: molti gli utenti che segnalano progressive e anomale interruzioni del segnale, anche quello meramente telefonico, “buchi” nelle connessioni di rete e spesso scarsa tenuta della velocità di connessione stessa.

I problemi delle reti, “provate” dall’aumento improvviso di traffico, si stanno dunque riversando inevitabilmente sulla qualità del servizio ai consumatori. A dimostrazione che l’operazione è stata fallimentare su tutti i fronti. Al di là delle considerazioni e dei giudizi postumi è arrivato il momento di una riflessione seria e di azioni concrete per riequilibrare il mercato e garantire al Paese reti adeguate allo sviluppo di un’economia da quarta rivoluzione industriale.

L’auspicio di Xavier Niel di un aumento delle tariffe va dunque nella giusta direzione. Iliad peraltro sta già procedendo in questa direzione considerato che l’offerta iniziale di 5,99 euro è già stata portata agli attuali 8 euro nel corso di pochi mesi. Ma bisognerà aggiustare ulteriormente il tiro. La questione però non riguarda solo il mercato: gli operatori potranno sì aumentare le tariffe, ma sarebbe altrettanto auspicabile un intervento regolatorio sul pricing e anche sulle dinamiche competitive (ingresso di nuovi operatori) a tutela del mercato stesso. Ed è sul 5G che bisogna fare leva per trovare la quadra su tutti i fronti.

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