L’ANALISI

Big tech, cambiamenti “drammatici”: merger & acquisition al palo

Già fallite le operazioni Adobe-Figma, Amazon-iRobot e Microsoft-Activision Blizzard. Le autorità antitrust hanno aumentato l’avvio di indagini per limitare lo strapotere dei colossi tecnologici. E all’orizzonte multe sempre più salate e costi crescenti per la compliance. Il report di GlobalData

Pubblicato il 29 Feb 2024

Patrizia Licata

GlobalData big tech antitrust

Sono finiti i tempi d’oro dell’espansione di mercato delle big tech: il faro accesso dalle autorità antitrust in Europa (con il Dma), ma anche nel resto del mondo, sta ridimensionando l’attività di merger & acquisition (M&A) dei colossi della tecnologia. Non si tratta solo di impedire le concentrazioni sui mercati digitali, ma anche di mitigare il rischio di un dominio di pochi big su ambiti strategici come l’intelligenza artificiale. Secondo le ultime analisi di GlobalData contenute nello studio “Tech M&A Regulation”, lo scenario M&A per i colossi della tecnologia sta subendo un cambiamento drammatico.

Ma non finisce qui: lo studio di GlobalData evidenzia l’impatto che il vasto quadro normativo che si sta disegnando in Ue nel mondo avrà sulle big tech nel corso del prossimo anno. L’analisi si basa su dieci fattori di rischio, tra cui non conformità sulla privacy, il copyright e contrasto alle fake news, ma le questioni antitrust hanno il peso maggiore. In questa classifica, di conseguenza, Meta, Alphabet e Amazonhanno il rischio normativo più alto.

Big tech, M&A al palo  

Navigare in questo ambiente complesso richiederà lungimiranza strategica e determinazione ad affrontare potenziali ostacoli normativi, secondo GlobalData: le big tech dovranno affrontare preventivamente le preoccupazioni delle autorità di regolamentazione ed essere pronte a fare ampie concessioni.

Gli esempi più recenti di questo trend arrivano dai deal falliti Adobe-Figma e Amazon-iRobot e dal faro antitrust acceso in Ue e Stati Uniti sull’investimento di Microsoft in OpenAi.

Alla fine del 2023, infatti, Adobe ha abbandonato la sua prevista acquisizione da 20 miliardi di dollari di Figma (fornitore di uno strumento collaborativo basato sul web per la progettazione interattiva di prodotti e di uno strumento di whiteboarding) a seguito dell’opposizione delle autorità di regolamentazione del Regno Unito e dell’Ue. A gennaio di quest’anno l’acquisizione di iRobot proposta da Amazon, del valore di 1,7 miliardi di dollari, è andata a monte dopo le verifiche dell’antitrust dell’Ue che hanno ritenuto l’accordo rischioso per la concorrenza sul mercato della smart home.

Microsoft, da parte sua, ha chiuso con successo il suo accordo da 69 miliardi di dollari per Activision Blizzard nell’ottobre 2023, ma si trova adesso nel mirino dei regolatori del Regno Unito, dell’Ue e delle autorità statunitensi, che stanno indagando sul suo investimento di 13 miliardi di dollari in OpenAi, la società che sviluppa ChatGpt.

I dieci fattori del rischio normativo

I dieci fattori di rischio normativo valutati da GlobalData (col rispettivo peso sull’indice) sono: privacy e sicurezza dei dati (15%), antitrust (20%), elusione fiscale (5%), disinformazione (5%), frodi online (15%), etica dell’Ai (10%), diritto d’autore (5%), sanzioni Usa-Cina (10%), Esg (10%), intralcio alla giustizia (5%).

Meta ha il rischio più alto tra le big tech valutate; seguono Alphabet, Amazon, Apple, Baidu, ByteDance, Alibaba, Microsoft, Tencent, X, Netflix, Huawei, Nvidia, Samsung Electronics, Salesforce.

Faro sugli investimenti in Ai

Laura Petrone, Principal Thematic intelligence analyst di GlobalData, commenta: “La legislazione sul controllo delle fusioni sta subendo una trasformazione significativa: le autorità di regolamentazione di tutto il mondo stanno adottando una posizione più severa quando si tratta di dare via libera alle fusioni e acquisizioni”.

Le big tech si troveranno di fronte un più elevato rischio di multe e un aumento dei costi per la compliance, sottolinea Petrone.

Secondo il Digital markets act (Dma) dell’Ue, la Commissione europea può sempre decidere di sottoporre ad esame un’operazione di M&A di un gatekeeper, anche se la società acquisita è molto piccola. Negli Stati Uniti, i regolatori antitrust stanno considerando di abbassare le soglie dopo le quali riterranno che le aziende abbiano un significativo potere di mercato.

Anche il Regno Unito, l’India e la Cina stanno prendendo in considerazione obblighi più rigorosi per i piani di M&A delle grandi piattaforme digitali.

In questo contesto potrebbe diventare sempre più difficile per le big tech ottenere l’approvazione dei regolatori alle loro prossime acquisizioni. I riflettori si accenderanno soprattutto sugli investimenti in società dell’Ai.

“I regolatori prenderanno sempre più di mira anche gli investimenti delle big tech in intelligenza artificiale”, evidenzia Petrone. “Le aziende tecnologiche che intendono investire grandi somme di denaro nelle start-up di intelligenza artificiale devono seguire da vicino questi sviluppi nell’atteggiamento dei regolatori”.

Digital Market Act, la Germania: “Le big tech partecipino ai costi”

Le big tech contribuiscano ai costi di adeguamento alle nuove norme dell’Unione Europea, a partire dal Digital Market Act, che mirano a limitare i loro poteri. A lanciare la proposta è la Germania, per bocca di Sven Giegold, segretario di Stato responsabile della politica di concorrenza presso il ministero dell’Economia tedesco, secondo cui questa decisione aiuterebbe le autorità Antitrust eusopee nell’applicazione delle norme alle quali Alphabet, Amazon Apple, ByteDance, Meta e Microsoft dovranno conformarsi il 7 marzo.

La legge stabilisce tra le altre cose che le società dovranno permettere ai servizi concorrenti di essere interoperabili con i loro servizi, e consentire agli utenti commerciali di promuovere offerte e siglare contratti anche al di fuori delle loro piattaforme. Sarà inoltre vietato, tra le altre cose, impedire agli utenti di disinstallare qualsiasi software o app preinstallati sui dispositivi.

“La Commissione Ue ha bisogno di risorse aggiuntive per l’applicazione di queste norme – spiega Giegold – Proponiamo che per la Dma venga introdotto lo stesso finanziamento a pagamento già previsto dal Digital Services Act”. Il Dsa dispone infatti che 20 grandi piattaforme online, tra cui Meta, Google, Apple, TikTok siano tenuti a pagare una tassa di vigilanza pari allo 0,05% del loro fatturato netto globale.

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