Cloud, per le aziende italiane 600 miliardi di ricavi in più. E la PA risparmia 1 miliardo l'anno - CorCom

LO STUDIO I-COM

Cloud, per le aziende italiane 600 miliardi di ricavi in più. E la PA risparmia 1 miliardo l’anno

Più efficienza e produttività e abbattimento dei costi, in particolare quelli energetici. Riflettori sulla questione della “piattaforma” nazionale: “Il rischio è di abbattere la competitività, l’approccio protezionistico non è la strada da seguire”

21 Apr 2021

Patrizia Licata

giornalista

Una piena adozione di soluzioni di cloud computing da parte delle aziende italiane potrebbe comportare un aumento di fatturato fino a 600 miliardi di euro, di cui oltre la metà a beneficio di piccole e medie imprese. È quanto emerge dal report Una strategia cloud per un’Italia più competitiva e sicura realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com).

Attualmente, solo il 30% del campione analizzato da I-Com adotta tecnologie cloud, in particolare il cloud pubblico, con un’incidenza maggiore nelle classi di ricavi al di sopra dei 10 milioni di euro. Ma se impiegato in maniera diffusa su tutto il territorio il cloud comuting potrebbe rappresentare un vero e proprio fattore abilitante della trasformazione digitale non solo dell’intero sistema produttivo italiano, ma anche della pubblica amministrazione. Nello specifico l’adozione del cloud potrebbe generare negli apparati pubblici italiani un impatto fino a oltre 1 miliardo di risparmi l’anno, grazie a minori spese energetiche e maggiore produttività del personale.

Lo studio – curato dal presidente del think tank Stefano da Empoli e dal senior research fellow Lorenzo Principali – sarà presentato nel corso di un webinar (qui il link) organizzato in collaborazione con Open Gate Italia.

La data economy in Europa vale 350 miliardi

Il rapporto I-Com (scaricabile qui) sottolinea come, soprattutto nel contesto della pandemia da Covid-19, il cloud computing abbia assunto una particolare valenza strategica sia per il suo vasto utilizzo da parte di imprese, pubblica amministrazione e cittadini, sia perché si tratta di una tecnologia abilitante essenziale per la trasformazione digitale.

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Va ricordato che il valore complessivo della data economy in Europa (dati Idc) supera i 350 miliardi di euro e le stime prevedono un ulteriore aumento entro il 2025, quando il mercato raggiungerà i 550 miliardi.

Sovranità digitale: gli impatti sulla competitività

Se dal valore economico spostiamo il focus dell’analisi alla geopolitica, gli analisti di Idc sottolineano come l’utilizzo del cloud da parte di enti pubblici e aziende europee sia strettamente connesso alla tutela delle informazioni riservate, siano esse personali o relative alla sicurezza nazionale. Sotto questo profilo, un tema che i decisori politici sono chiamati a non sottovalutare è legato alle conseguenze che le scelte in materia di sovranità digitale avranno sulla competitività: chiudersi in difesa potrebbe non rivelarsi una scelta saggia ed una svolta tecnologicamente autarchica rischierebbe di ridurre la competitività internazionale dell’Europa e della stessa Italia.

Di sovranità digitale, come riduzione della dipendenza tecnologica da provider extra-Ue, si discute sia tra le istituzioni dell’Unione europea che in Italia. Alla Camera sono state depositate due mozioni, a firma 5 Stelle e Fratelli d’Italia, per affidare la gestione dell’infrastruttura cloud del Paese “a un’azienda pubblica che garantisca sicurezza e affidabilità” e rendere la sovranità tecnologica “la bussola” dello sviluppo cloud in Italia.

I-Com: “No a un approccio cloud protezionistico”

Secondo lo studio I-Com sono molteplici e di diversa natura le controindicazioni di un approccio nazionale al cloud di stampo protezionistico. Tra queste, una riduzione delle economie di scala e del tasso innovativo e una potenziale limitazione nell’offerta di servizi di cloud avanzati (in particolare Big data, intelligenza artificiale e Internet of things), fondamentali per la digital transformation del sistema produttivo.

E ancora, nonostante l’innalzamento delle barriere, ulteriori ripercussioni si potrebbero verificare (paradossalmente) anche sul livello di sicurezza complessivo di enti pubblici e aziende, per via della necessità di implementare autarchicamente le più avanzate tecnologie di protezione cyber su un perimetro molto esteso.

Stefano da Empoli: “Cloud interoperabile, aperto, integrato”

In pratica, un approccio protezionistico rischierebbe di ridurre o vanificare gli importanti benefici che deriverebbero da un mercato del cloud aperto, integrato e pienamente sviluppato.

È importante incoraggiare l’interoperabilità dei servizi cloud e la portabilità di dati e applicazioni, l’utilizzo di standard aperti e la condivisione di tecnologie e best practice capaci di migliorare il livello complessivo di innovatività del sistema”, ha sottolineato il presidente I-Com Stefano da Empoli. L’economista ha aggiunto che “un mercato del cloud europeo e nazionale aperto e competitivo, scevro di illusorie tentazioni autarchiche e stataliste, rappresenta la migliore porta di ingresso per imprese, pubblica amministrazione e altre organizzazioni impegnate nella trasformazione digitale”.

Per l’Italia occasione dal Recovery Plan: rivalutare asset sensibili

In questo contesto “anche con l’occasione del Pnrr, il governo è chiamato al difficile compito di decidere come investire le risorse per trovare il corretto bilanciamento tra garantire la sicurezza dei dati critici ed evitare derive protezionistiche che indebolirebbero la competitività del sistema”, ha evidenziato il ricercatore dell’istituto Lorenzo Principali, che poi ha concluso: “Il modello britannico e un’attenta valutazione di asset e dati sensibili sembrano costituire al momento la migliore soluzione percorribile”.

Modello Uk, secondo I-Com

Per I-Com l’esperienza britannica risulta pragmatica e vincente: il programma G-Cloud, lanciato nel 2012, è finalizzato a diffondere l’utilizzo del cloud nel settore pubblico e ad agevolare l’acquisto dei servizi attraverso accordi con gli operatori privati (anche internazionali, europei ed extra-europei). Parallelamente è stato condotto un aggiornamento della Data classification strategy per verificare i dati meritevoli di speciale protezione da parte dello Stato (risultati essere poi il 5% del totale, restringendo di molto il perimetro al quale dedicare un livello massimo di protezione).

Al contrario, I-Com sottolinea che il tentativo francese di creare un cloud sovrano si è rivelato un’esperienza fallimentare. Lanciato nel 2009 per fornire servizi cloud “di Stato” al settore pubblico e alle imprese, il progetto Andromède è stato realizzato attraverso un partenariato pubblico-privato in cui lo Stato figurava come azionista di maggioranza e in cui inoltre venivano coinvolti alcuni grandi operatori. Tuttavia, a seguito di mancati accordi e problemi finanziari, il progetto iniziale è stato abbandonato, portando all’uscita dei soggetti coinvolti e all’interruzione dei servizi inizialmente previsti.

Cloud e competitività, il dibattito

Al webinar di presentazione dello studio di I-Com, introdotto dal presidente Stefano da Empoli, parteciperanno, tra gli altri, il sottosegretario agli Affari europei Vincenzo Amendola, il sottosegretario allo Sviluppo economico Anna Ascani, la deputata del Partito democratico e membro della commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni Enza Bruno Bossio, l’amministratore delegato di Microsoft Italia Silvia Candiani, il deputato della Lega e membro della commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni Massimiliano Capitanio, il deputato del Movimento 5 stelle e componente della commissione Attività produttive Luca Carabetta, l’amministratore delegato di Engineering Paolo Pandozy, l’amministratore delegato di IBM Italia Stefano Rebattoni, il Country Lead Public Sector di AWS Italia Raffaele Resta, il presidente Vicario di Assinter Paolo Piccini e il senatore di Fratelli d’Italia e componente della commissione Affari esteri Adolfo Urso.

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