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INNOVAZIONE

“Con dazi alla Cina a rischio il primato 5G”: affondo dei big tech Usa contro Trump

Con l’entrata in vigore delle tariffe che colpiscono le attrezzature di rete, Intel, Cisco e Juniper Networks sottolineano le pesanti ricadute per la competitività americana. E stimano centinaia di milioni di dollari di costi extra per l’industria delle Tlc

25 Set 2018

Patrizia Licata

giornalista

Il primato tecnologico americano è a rischio a causa dell’aggressiva politica commerciale del presidente Donald Trump. I dazi varati contro la Cina colpiscono molte delle importazioni hitech provenienti dal colosso asiatico ma, osservano i grandi gruppi hitech come Intel, Ibm e Dell, se l’intenzione della Casa Bianca è di proteggere il Made in Usa, il presidente compie un errore di valutazione e finirà con l’avvantaggiare il Made in China, consegnando definitivamente il primato tecnologico globale alla Cina soprattutto in settori chiave come intelligenza artificiale, 5G, Internet of Things e nuovi materiali che sono i pilastri della futura supremazia economica e politica.

Donald Trump ha già imposto un dazio del 25% a una vasta gamma di merci importate dalla Cina per un valore complessivo di 200 miliardi di dollari; molti dei beni penalizzati sono inclusi nella strategia Made in China 2025 varata da Pechino nel 2015 con l’obiettivo di sostenere l’espansione della propria industria hitech. Un primo round di dazi è entrato in vigore ad agosto; il secondo round (con tariffe per ora del 10% ma da gennaio saliranno al 25%) colpisce soprattutto beni di largo consumo ma include componenti per le reti mobili, la connessione Internet e lo storage dei dati, dai semiconduttori ai router. Intel li ha definiti un “game changer”: una misura che rischia di pesare sullo sviluppo del settore cambiando tutte le regole del gioco.

Aziende come Intel, Dell, Ibm o Appleprogettano e sviluppano molti dei loro prodotti negli Stati Uniti ma li fanno solitamente assemblare in Cina. Adesso, quando riportano negli Usa i prodotti assemblati, dovranno pagare più tasse. Ma traferire in America le attività svolte in Cina, come sottolinea in un commento il New York Times, sarebbe non solo costoso ma complicato, perché esiste una supply chain consolidata.

Anche Cisco di recente è intervenuta sulla questione sottolineando che il risultato della politica dei dazi sarà innanzitutto un aumento dei prezzi per i clienti finali, ma che l’effetto ancora più rilevante sarà l’ostacolo creato alla competitività e all’innovazione americana.

Il Financial Times ha anche riportato che Cisco, Dell, Juniper Networks e Hewlett Packard Enterprise hanno inviato all’amministrazione Trump una richiesta di rivedere le politiche commerciali ed escludere almeno alcuni prodotti tecnologici dalla “lista nera”. In una lettera indirizzata allo U.S. Trade Representative le quattro aziende hanno messo in evidenza le ricadute dei dazi sulle attrezzature di rete: i prezzi per i consumatori aumenteranno e gli investimenti verrebbero diluiti, col rischio di scivolare indietro nella corsa al 5G.

I prodotti per il settore delle Tlc sono uno dei segmenti a più alta crescita tra le importazioni cinesi negli Usa. Nel 2014 (i dati più recenti della US International trade commission) rappresentavano il 40% del totale dell’import della Cina verso gli Stati Uniti. Il Peterson Institute ha calcolato che i dazi di Trump andranno a colpire prodotti usati dall’industria americana delle telecomunicazioni per un valore di 24 miliardi di dollari. Secondo le stime della Telecommunications industry association questi dazi comporteranno “centinaia di milioni” di dollari di costi extra per l’industria Tlc americana.

Trump ha finora replicato alla critiche dell’industria tecnologica statunitense parlando di pratiche commerciali “scorrette” da parte della Cina che mettono a repentaglio la proprietà intellettuale delle imprese americane. Le stesse imprese Usa concordano sulla necessità di modificare le relazioni commerciali con Pechino, che spesso obbliga a un trasferimento tecnologico che indebolisce i player Usa. Il metodo seguito dalla Casa Bianca non è però condiviso: i dazi non serviranno a cambiare l’atteggiamento di Pechino e intanto faranno del male all’hitech degli Stati Uniti.

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