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SCENARI

Crisi Apple, “non è colpa della Cina”: per gli analisti l’iPhone costa troppo

Il mercato di fascia alta è saturo: la più grande sfida per l’azienda sarà tornare a far crescere gli smartphone. La Mela rischia uno scenario da incubo con una contrazione della base installata, ma non mancano gli ottimisti: il peggio è alle spalle e il business dei servizi compenserà le perdite sul fronte dei cellulari

04 Gen 2019

Patrizia Licata

giornalista

Gli avvertimenti di Apple sulla frenata delle vendite di iPhone hanno scatenato preoccupazione e vendite a Wall Street, ma per alcuni analisti Tim Cook non deve incolpare il rallentamento del mercato cinese o la Trade war. Il ceo di Apple – che ha comunque cercato di indorare la pillola sottolineando l’andamento record delle vendite sull’app store a 1,22 miliardi di dollari durante le feste natalizie – dovrebbe ammettere che c’è un problema di fondo: l’iPhone costa troppo e non è possibile chiedere ai consumatori di sborsare cifre sempre più esorbitanti per il pur ambito gadget della Mela.

E’ quanto ha scritto Toni Sacconaghi di Bernstein Research, osservando che Apple ha aumentato il prezzo del suo prodotto di punta anno dopo anno e che oggi un iPhone può arrivare a costare più di 1.000 dollari.

In una lettera gli investitori (che ha scatentato perdite-record in Borsa) Tim Cook ha indicato di aver rivisto al ribasso le stime sui ricavi del trimestre appena chiuso per via del rallentamento nei mercati emergenti, di portata maggiore di quanto atteso, specialmente in Cina. Apple aggiunge che “il contesto economico in Cina è stato ulteriormente colpito dalle crescenti tensioni commerciali con gli Stati Uniti“; a ciò si unisce il fatto che meno persone del previsto hanno abbandonato il loro vecchio smartphone per passare ai modelli più recenti.

Sacconaghi – come riportato dalla rivista Fortune – riconosce che le difficoltà di Apple in Cina sono dovute a condizioni “macro” che sfuggono al controllo della Mela, ma il prezzo dell’iPhone non aiuta. Apple “sembra aver perso quote significative in Cina nel quarto trimestre nonostante i nuovi lanci di prodotto”, afferma l’analista e “non è la prima volta che Apple incontra problemi in Cina: questo evidenzia la volubilità dei consumatori cinesi”. Va messa in conto anche la concorrenza dei marchi locali come Huawei e Xiaomi che vendono smartphone meno cari e sempre più popolari. “Apple però continua a non voler ammettere che c’è la semplice possibilità che i prezzi degli iPhone sono troppo alti – e ci sorprende, noi abbiamo già fatto notare che i prezzi degli iPhone sono quasi 5 volte superiori al prezzo medio degli altri smartphone”, scrive l’analista di Bernstein Research. Crediamo anche”, continua Sacconaghi, “che il mercato degli smartphone di fascia alta sia ormai del tutto maturo con cicli di sostituzione che strutturalmente diventano sempre più lunghi e per noi questa è la più grande sfida che Apple si trova davanti”.

Meno allarmisti gli esperti di Ubs, secondo cui il business di Apple legato ai servizi (tra cui l’app store e lo storage iCloud) garantisce entrate che aiutano l’azienda di Tim Cook a compensare il rallentamento degli iPhone. Per gli analisti della banca svizzera, benché proprio le vendite stagnanti di iPhone possano a lungo andare colpire anche l’attività nei servizi, “esiste un bacino di entrate dai servizi che Apple ancora non ha pienamente sfruttato”.

Non la pensano così gli analisti di Macquarie Research, che si dicono in una nota “piuttosto preoccupati dal fatto che la crescita dei servizi possa subire un forte rallentamento a partire da marzo”. A dicembre i servizi di Apple sono cresciuti del 27,5% su base annua a 10,8 miliardi di dollari, ma per Macquarie Research le maggiori fonti di guadagno sono l’app store e il supporto Apple Care che sono destinati a restringersi a causa delle minori vendite di iPhone, mentre altri servizi come iCloud e Apple Music, pur in espansione, non riusciranno a compensare. Da notare che nelle scorse settimane Netflix ha rimosso dalla sua app per iPhone l’opzione di pagamento via iTunes: eviterà così di pagare la commissione ad Apple.

Per Dan Ives di Wedbush il warning di Apple dei giorni scorsi rappresenta “il giorno più buio” per la Mela perché indica che in arrivo ci sono tempi duri in cui la base installata (che l’analista stima sui 750 milioni di iPhone in tutto il mondo) resti invariata o, “in uno scenario da incubo”, si contragga nei prossimi anni.

Più ottimista Pierre Ferragu di New Street Research che alza il rating del titolo Apple a “neutral”, come riportato da Cnbc.com. Secondo l’analista, infatti, il peggio per Apple è alle spalle: “Ci aspettiamo che la situazione si stabilizzi nel 2020 e che l’Eps torni a crescere”, scrive Ferragu. “Le azioni vengono scambiate a quasi dieci volte le nostre attese sugli utili nel 2020, il che è un minimo storico in termini sia assoluti che relativi: non pensiamo che Apple in Borsa possa scendere più di così”.

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