Digital markets act, paradosso cloud: le Big tech resteranno "senza regole"? - CorCom

L'ANALISI

Digital markets act, paradosso cloud: le Big tech resteranno “senza regole”?

Secondo uno studio commissionato dal Cispe, la bozza attuale dell’Ue rischia di lasciare fuori dalla designazione di “gatekeeper” proprio le aziende che più controllano l’accesso a software e infrastrutture

26 Ott 2021

Patrizia Licata

giornalista

È il mercato del cloud computing il  nodo da sciogliere per i regolatori dell’Ue alle prese con la definizione del Digital Markets Act (Dma). Nel mirino ci sono ancora le Big tech: uno studio realizzato da Frederic Jenny (presidente della commissione concorrenza dell’Ocse, ma condotto al di fuori di questo ruolo su richiesta dell’associazione europea dei cloud provider Cispe) afferma che il nuovo assetto regolatorio dell’Ue per la concorrenza sui mercati digitali dovrebbe toccare anche i maggiori provider della nuvola, come Google. Invece, nella versione attuale, rischia di lasciare “non regolate” proprio le Big tech che tanto impensieriscono Bruxelles.

Il Dma si occupa di cloud affermando che l’infrastruttura per il cloud computing dovrebbe ricadere nell’ambito della nuovo quadro normativo. Tuttavia ciò non copre necessariamente tutti i fornitori. Per esempio, secondo Jenny, Google Cloud sembra essere escluso dalla definizione di gatekeeper considerata dal Dma. Anche Salesforce o Ibm Cloud resterebbero fuori.

Lo studio si basa su un questionario condotto fra 25 aziende che usano servizi di cloud computing in Europa.

Cloud: le pratiche anti-competitive denunciate dai clienti europei

Anche l’attività di software licensing dovrebbe ricadere nel Dma, afferma Jenny, perché in questi settori le imprese interpellate hanno denunciato condizioni di mercato sleali imposte dalle grande aziende del software per l’accesso alla loro infrastruttura cloud, tecniche di pricing vessatorie o difficoltò nel passaggio a un fornitore concorrente.

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Le imprese che hanno risposto al sondaggio hanno segnalato anche che molti fornitori del cloud vendono insieme all’accesso all’infrastruttura anche i loro prodotti software in un unico pacchetto in modo da rendere meno attraenti o convenienti i prodotti della concorrenza.

In base ai dati di Statista, in Europa nel secondo trimestre Amazon web services (Aws) è il maggior provider seguito da Azure (Microsoft) e Google Cloud.

Il Digital markets act deve essere più severo con le Big tech

Il Digital markets act è ancora in fase di discussione e la definizione non è prevista prima del 2023. A settembre sono arrivati diversi emendamenti dal Parlamento europeo che toccano proprio la definizione di gatekeeper e la tipologia di aziende incluse in questa categoria. Alcuni eurodeputati hanno chiesto un inasprimento della proposta della Commissione Ue.

Tra le richieste c’è quella di portare a 3 anni, anziché a 2, il periodo minimo entro il quale la Commissione europea deve riesaminare le condizioni che i gatekeeper devono soddisfare. Una volta all’anno la Commissione dovrà invece verificare che le nuove imprese non rientrino nella designazione di gatekeeper.

La bozza di emendamento di compromesso emessa dal Parlamento europeo specifica anche che il riesame dovrà verificare se “le piccole e medie imprese o i consumatori, hanno subito un impatto negativo dalla designazione di un servizio di piattaforma principale come gatekeeper”. La revisione, specifica l’emendamento, non ha effetto sospensivo sugli obblighi.

Nella sua decisione sulla designazione dei gatekeeper la Commissione europea dovrebbe “prendere in considerazione anche il grado di multi-homing tra le imprese e gli utenti finali e la radicata mancanza di altre opzioni (“entrenched lack of choice)”, nonché la capacità dell’impresa di attuare strategie di conglomerato, in particolare attraverso la sua integrazione verticale o la sua leva significativa nei mercati collegati.

Un portale online potrebbe essere definito come un gatekeeper non solo quando funge da collegamento tra utenti commerciali e utenti finali ma anche quando funge da collegamento tra utenti finali.

Infine si chiede di aprire alla possibilità che anche i servizi di assistenza vocale digitale e i browser web possano essere designati come gatekeeper.

Dma, che cos’è e come funziona

Il Dma affronta le conseguenze negative derivanti da determinati comportamenti delle piattaforme che hanno assunto il ruolo di controllori dell’accesso al mercato digitale. Si tratta, come spiegato da Bruxelles il giorno del via libera al provvedimento, di piattaforme “che hanno un impatto significativo sul mercato interno, fungono da importante punto di accesso attraverso il quale gli utenti commerciali raggiungono i consumatori e godono, o potranno presumibilmente godere, di una posizione consolidata e duratura, che può conferire loro il potere di agire come legislatori privati e di costituire una strozzatura tra le aziende e i consumatori”.

La legge sui mercati digitali si basa sul regolamento delle relazioni piattaforme/imprese, sui risultati dell’osservatorio dell’economia delle piattaforme online e sulla vasta esperienza maturata dalla Commissione in materia di mercati online tramite l’applicazione del diritto della concorrenza. In particolare stabilisce norme armonizzate definendo e vietando le pratiche sleali messe in atto dai controllori dell’accesso e prevedendo un meccanismo di applicazione basato su indagini di mercato. Lo stesso meccanismo garantirà l’aggiornamento degli obblighi stabiliti nel regolamento in funzione della realtà digitale in costante evoluzione.

Concretamente, la legge sui mercati digitali:

  • si applicherà solo ai principali fornitori dei servizi di piattaforme di base più inclini a ricorrere a pratiche sleali, come i motori di ricerca, i social network o i servizi di intermediazione online, che soddisfano i criteri legislativi oggettivi per essere designati come controllori dell’accesso;
  • fisserà soglie quantitative come base per individuare controllori dell’accesso presunti. La Commissione avrà inoltre la facoltà di designare imprese che fungano da controllori dell’accesso, a seguito di un’indagine di mercato;
  • vieterà una serie di pratiche chiaramente sleali, come impedire agli utenti di disinstallare software o applicazioni preinstallati;
  • imporrà ai controllori dell’accesso di predisporre in modo proattivo determinate misure, ad esempio misure mirate che consentano al software di terzi di funzionare correttamente e di interoperare con i loro servizi;
  • prevederà sanzioni in caso di inadempienza, che potrebbero comprendere ammende fino al 10% del fatturato mondiale del controllore dell’accesso, al fine di garantire l’efficacia delle nuove norme. In caso di recidiva, queste sanzioni possono prevedere anche l’obbligo di adottare misure strutturali, fino all’eventuale cessione di determinate attività nei casi in cui non siano disponibili altre misure alternative altrettanto efficaci per garantire il rispetto delle norme;
  • consentirà alla Commissione di svolgere indagini di mercato mirate per valutare se a tali norme debbano essere aggiunte nuove pratiche e nuovi servizi dei controllori dell’accesso al fine di garantire che le nuove norme relative ai controllori dell’accesso tengano il passo con la rapida evoluzione dei mercati digitali.

Vestager: “Pieno utilizzo dei nostri strumenti di applicazione normativa”

Al momento i big sono quelli che hanno fatturato più di 10 miliardi di euro in Europa negli ultimi tre anni o hanno una capitalizzazione di mercato di almeno 100 miliardi di euro. Vestager sta valutando invece di includere nelle Big tech le aziende con fatturato di più di 6,5 miliardi di euro in tre anni e valore di mercato di almeno 65 miliardi di euro; devono inoltre fornire la loro piattaforma digitale in almeno tre Paesi dell’Unione europea. Questo includerebbe nel novero non solo Google, Facebook, Amazon, Apple e Microsoft ma altre tech company. Il Parlamento Ue ha proposto di alzare la soglia del valore di mercato a 80 miliardi. La Commissaria Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager, ha comunque specificato che non è importante colpire un certo numero di Big tech; per l’Europa si tratta di vigilare sul potere di mercato.

Il Dma, ha spiegato Vestager, riguarda le aziende “con potere di fare da gatekeeper”, perché questo potere si accompagna anche a una “responsabilità”.

“I mercati digitali possono diventare piuttosto concentrati. Garantire che rimangano equi può essere difficile e richiede il pieno utilizzo dei nostri strumenti di applicazione normativa”, ha affermato Vestager.

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