REGULATION

Digital Services Act, Google&co. a rischio stretta regolatoria

La Commissione europea interpella cittadini, governi e fornitori sul potere delle Big Tech: sul tavolo i nodi “gatekeeper”, responsabilità sui contenuti illegali, trasparenza della pubblicità online, diritti nella gig economy

21 Mag 2020

Patrizia Licata

giornalista

La Commissione europea vuole chiarire il ruolo delle Big Tech in termini di potere di mercato, responsabilità penali e trasparenza nell’advertising: per questo invierà dei questionari agli utenti finali e ai fornitori di servizi digitali cercando indicazioni e commenti che aiuteranno Bruxelles a definire le nuove norme del Digital Services act. Lo riportano il Financial Times e Reuters. Per le  colossi come come Google, Facebook, Amazon, Apple e Uber potrebbero arrivare nuove severe restrizioni.

Il questionario di 43 pagine sarà inviato a membri del pubblico, aziende fornitrici di servizi digitali e governi dell’Unione europea nel corso delle prossime settimane e copre non solo il tema del potere dei “gatekeeper” e le questioni antitrust, ma anche la responsabilità penale delle piattaforme online per i contenuti illegali o dannosi, i diritti per i lavoratori della gig economy e la trasparenza del mercato della pubblicità online.

La nuova Commissione europea guidata dalla Presidente Ursula von der Leyen si è impegnata ad aggiornare le regole dell’Ue sulla responsabilità legale e la sicurezza delle piattaforme, dei servizi e dei prodotti digitali con il nuovo Digital Services act. I commenti ricavati dal questionario aiuteranno la Direzione generale per le comunicazioni (DG COMM) della Commissione Ue nella redazione delle norme che sostituiranno la precedente direttiva sull’e-commerce.

Nuove responsabilità per le Big Tech

Tra le domande del questionario verrà chiesto a utenti e provider quali elementi, a loro avviso, rendono un’azienda un gatekeeper;  per esempio avere una vasta base di utenti oppure conservare grandi quantità di dati, detenere una significativa quota di mercato in termini di fatturato o ancora la difficoltà per gli utenti di passare a un servizio concorrente. Il questionario chiederà anche un parere sulla necessità di migliorare i compensi e aumentare i diritti per i lavoratori della gig economy che offrono i loro servizi tramite piattaforme digitali.

Il nuovo Digital Services act cerca anche di delineare quale deve essere la responsabilità delle aziende online su quanto viene pubblicato sulle loro piattaforme e se devono agire in modo proattivo nel rimuovere contenuti e prodotti illegali e dannosi, dall’hate speech alle merci contraffatte.

I regolatori dell’Ue intendono valutare se tutte le piattaforme online o solo le più grandi o con maggiori rischi di esposizione a attività illegali da parte dei loro utenti, debbano essere soggette a avvisi di rimozione e se tali richieste debbano configurarsi come veri e propri obblighi o no.

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Le aziende hitech da sempre osteggiano questo approccio di Bruxelles, sostenendo che non si può chiedere loro di svolgere i ruolo di “polizia del web” perché non è né giusto né tecnicamente fattibile. L’attuale direttiva sull’e-commerce afferma che i fornitori intermediari di servizi hanno un ruolo tecnico e passivo, ma la Commissione europea sarebbe intenzionata a modificare questa interpretazione.

Rischio spezzatino per Google&co.

Nei giorni scorsi la Commissione ha anche indetto una gara da 600.000 euro per assegnare lo svolgimento di uno studio che raccolga elementi concreti che dimostrino – o confutino – il potere delle Big Tech con un focus particolare sul ruolo di gatekeeper, ovvero capacità di controllare in via praticamente esclusiva l’accesso degli utenti a Internet, alle sue informazioni e ai suoi servizi in violazione delle norme antitrust. I colossi tecnologici potrebbero rischiare che Bruxelles imponga la separazione delle loro attività in conflitto.

Se lo studio dimostrerà che i colossi del digitale esercitano effettivamente il ruolo di “porta d’accesso” obbligata a Internet, impedendo di fatto l’ingresso dei concorrenti sul mercato e favorendo slealmente i propri prodotti, le Big Tech potrebbero essere costrette a separare le loro attività concorrenti, fornire alle aziende rivali accesso ai loro dati e aprire alla concorrenza i loro standard.

Per le questioni antitrust la Commissione cita esempi come Amazon, che è sia un venditore retail che un operatore di un marketplace dove vendono altri retailer, e Apple, che svolge il doppio ruolo di sviluppatore di app e gestore dell’App Store, dove vengono vendute applicazioni mobili di terze parti. Sui dati lo studio commissionato dall’Ue dovrà fare chiarezza sull’utilizzo da parte delle Big Tech dei dati di un mercato ai fini dell’espansione su un altro mercato, una pratica che rende difficile competere per i rivali sia esistenti sia nuovi entranti. Il documento europeo cita in questo caso Facebook e la sua controllata della messaggistica Whatsapp.

Un altro focus dello studio dovranno essere le asimmetrie dell’informazione legate alle grandi piattaforme di social media e ai motori di ricerca dominanti, che accumulano enormi quantità di dati tramite servizi gratuiti; come conseguenza gli utenti sono restii a passare ad aziende concorrenti che potrebbero invece farsi pagare per tali servizi.

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