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LAVORO

Gig economy, Regioni in pressing sul governo: “Serve una legge nazionale”

Dopo il Lazio anche la Toscana avvia l’iter per il varo di norme ad hoc per la tutela dei lavoratori della piattaforme: riflettori su salute e retribuzione. Ma un quadro regolatorio comune sarebbe più efficace

27 Mar 2019

Federica Meta

Giornalista

Gig economy e diritti: le Regioni pungolano il governo. Dopo la Regione Lazio che ha varato la prima legge, oggi l’assemblea della Toscana ha approvato un atto riguardante i diritti dei nuovi lavoratori digitali. La mozione impegnerà la giunta regionale ad attivarsi nei confronti del Parlamento e del governo nazionale, per intervenire a colmare un vuoto normativo che, secondo i promotori dell’atto, rischia di cancellare i diritti dei lavoratori digitali della cosiddetta gig economy, a partire dall’individuazione di un salario minimo e passando anche dalla tutela della salute e della sicurezza del lavoratore. Le nuove tecnologie – spiega il consigliere Pd Simone Bezzini, primo firmatario del provvedimento – stanno mutando l’organizzazione del lavoro, creando nuove figure che sono difficilmente collocabili nei sistemi contrattuali e normativi esistenti, e che dunque rischiano di essere sfruttate o sottoposte ad eccessi di precarietà”.

L’atto impegnerà l’esecutivo, inoltre, ad attivarsi per verificare quali spazi possa avere la Regione Toscana nell’intraprendere misure di politiche attive sul lavoro di queste nuove tipologie, valutando anche l’approvazione di una Carta dei diritti dei lavoratori digitali.

L‘assessore regionale Vittorio Bugli ha annunciato che la mozione sarà utile per rafforzare il lavoro di pressione che la Regione Toscana sta già facendo a questo proposito presso il governo nazionale. Ha inoltre spiegato che la Regione si sta muovendo, nell’ambito delle proprie competenze, per affrontare questioni come la sicurezza sul lavoro, l’igiene nella fase di consegna delle merci, la formazione.

Prima della Toscana a tracciare una via verso i diritti è stata la Regione Lazio che ha varato la prima legge in Italia a tutela dei lavoratori digitali. Con la nuova normativa si riconosce la tutela dei lavoratori in caso di infortunio sul lavoro e malattie professionali; si assicura la formazione in materia di sicurezza; si dispone a carico delle piattaforme l’assicurazione per infortuni, danni a terzi e spese di manutenzione per i mezzi di lavoro; si introducono norme sulla maternità e sulla previdenza sociale; si ribadisce il rifiuto del compenso a cottimo e si introduce un’indennità di prenotazione nel caso in cui il mancato svolgimento dell’attività di servizio non dipenda dalla volontà del lavoratore.

Per quanto riguarda la definizione della paga base e premialità si rimanda invece alla contrattazione collettiva, superando l’attuale situazione in cui sono esclusivamente i datori di lavoro a dettare le condizioni economiche.

La Legge prevede, inoltre, la realizzazione di un Portale del lavoro digitale a cui si possono iscrivere lavoratori e piattaforme e che permette di godere degli strumenti e contributi messi a disposizione dalla Regione Lazio.

Sarà invece la nuova Consulta regionale del lavoro digitale a permettere il continuo aggiornamento dei temi e della consultazione tra le parti. Alla Consulta, inoltre, spetta l’elaborazione di una Carta dei diritti dei lavoratori digitali con l’obiettivo di promuovere principi, regole e tutele a garanzia dei lavoratori e delle piattaforme nonché di sostenere il principio di consumo responsabile. Per il biennio 2019-2020 sono messi a disposizione 2 milioni e 100 mila euro per le politiche di assistenza e per la realizzazione del portale dedicato

Quello di lavoratori della gig economy è un numero in forte crescita. In Italia solo Deliveroo impiega 7500 riders.

Numeri che descrivono un settore in crescita occupazionale ma per il quale non si riesce a trovare una quadra sul fronte contrattuale. Il governo aveva assicurato che le tutele per i ciclofattorini sarebbero state inserire nel decreto sul Quota 100 e Reddito di cittadinanza: tra le proposte, il divieto della retribuzione a cottimo, l’obbligo dell’assicurazione Inail, l’obbligo per le imprese di food delivery di fare formazione sulla sicurezza, fornire i dispositivi di protezione e garantire sorveglianza sanitaria. Ma di queste proposte non c’è traccia.

Non è la prima volta che il governo annuncia le tutele per i riders e poi se ne perdono le tracce. Era già accaduto a giugno 2018 quando erano state stralciate dal decreto dignità. Il tavolo di concertazione con sindacati e aziende non ha portato a nulla: l’ultimo incontro risale all’11 settembre. E a novembre i riders hanno protestato per poter essere ricevuti da Luigi Di Maio. E per ora i diritti sono assicurati a colpi di sentenze: a gennaio la Corte di Appello di Torino ha accolto il ricorso di 5 ex fattorini di Foodora e ha stabilito che il lavoro dei riders va considerato al pari di quello dei lavoratori subordinati della logistica e non come quello degli autonomi pagati a cottimo.

E proprio quello della retribuzione è uno dei temi centrali. Secondo uno studio condotto da JPMorgan Chase Institute negli Stati Uniti, le piattaforme sottopagano i lavoratori. I guadagni medi mensili sono in drastico calo: se nel 2013 erano pari a 1.469 dollari, nel 2017 si sono ridotti a 783 dollari (solo il 53%). Tuttavia, di contro, nello stesso periodo, le piattaforme di noleggio (tipo Airbnb, Turo e Parklee) hanno aumentato i salari, addirittura del 69%, tanto che nel 2017 essi hanno raggiunto, in media, i 1.736 dollari.

Sostanzialmente stabili, invece, i compensi dei lavori non di trasporto (artigiani e così via), cresciuti dell’1,9%, e delle vendite, aumentati del 9,4%. Da che cosa dipendono queste differenze? Secondo gli esperti, nel 2017 i driver dei servizi di consegna hanno intascato pochissimo per quattro ragioni principali: hanno lavorato per un numero inferiore di ore; i prezzi per ciascuna consegna sono diminuiti; la domanda non è aumentata in modo proporzionale all’aumento del numero dei driver; le singole piattaforme hanno pagato di meno i singoli lavoratori

La conferma di come la gig economy, spesso, non sia dalla parte dei lavoratori arriva anche da uno studio internazionale, realizzato dall’Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo) che ha indagato sul lavoro basato sul web di livello più basso, su piattaforme di lavoro digitali come Amazon e Mechanical Turk. Nel 2017 il lavoratore medio ha guadagnato in media 4,43 dollari l’ora. Ma se si tiene conto anche di tutto il tempo non pagato, per esempio per la ricerca di ordini e di clienti e i test di qualificazione (circa 20 minuti ogni ora), i compensi scendono a 3,31 dollari all’ora.

Nel nostro Paese da luglio 2018 ai rider si dovrebbe applicare il contratto nazionale della logistica. L’accordo stabilisce una cornice di diritti chiari, tutele salariali, assicurative e previdenziali tipiche del rapporto di lavoro subordinato.

Nel dettaglio il contratto prevede tutte le tutele, salariali, assicurative, previdenziali, tipiche del rapporto subordinato e quelle contrattuali come assistenza sanitaria integrativa e bilateralità. I rider sono inquadrati con parametri retributivi creati appositamente e come “personale viaggiante”.

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