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LA GUERRA COMMERCIALE

Google-Huawei, il Congresso Usa vuole vederci chiaro: un nuovo datagate?

Nel mirino l’accordo che permette ai telefoni prodotti dal colosso cinese di usare il servizio Android Messages per inviare messaggi e foto. Via all’indagine. BigG rassicura: “Nessun accesso speciale alle info degli utenti”. E il Segretario al Commercio Wilbur Ross: “Al momento nessuna violazione da parte di Huawei”

08 Giu 2018

Federica Meta

Giornalista

Huawei, o meglio i suoi rapporti con Google, finisce nel mirino del Congresso Usa. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal diversi membri del Congresso vorrebbero indagare sulla partnership fra BigG e il colosso cinese delle Tlc, soprattutto alla luce della decisione di Mountain View di non rinnovare un contratto sui droni con il Dipartimento della Difesa, e dello scandalo dei dati di Facebook.

Google ha siglato un accordo che permette, tra le altre cose, ai telefoni prodotti da Huawei di usare il servizio Android Messages per inviare messaggi e foto. L’intesa ha però messo in allarme i parlamentari Usa che temo un altro datagate.  

Per ora a nulla sono valse le rassicurazioni di BigG che ha fatto sapere di non offrire al produtte cinese nessun accesso speciale ai dati, visto che il Congresso ha annunciato l’apertura di un’indagine. Il Segretario al Commercio Usa Wilbur Ross aveva però precisato il 7 giugno che “al momento, non credo che il nostro dipartimento abbia trovato alcuna violazione da parte di Huawei”.

Dopo Zte si rischia dunque l’apertura di un altro fronte della guerra Usa-Cina per la supremazia tecnologica. Nonostante Zte abbia patteggiato con il Dipartimento del Commercio una sanzione da 1,4 miliardi, il Congresso continua a credere che la decisione della Casa Bianca di fare marcia indietro sul “ban” che impediva rapporti di fornitura con le aziende americane, sia stato un passo falso.

Le mosse del Congresso raccontano di un timore diffuso negli Usa che il Paese del Dragone diventi leader nelle tecnologie di nuova generazione. A preoccupare soprattutto il piano Made in China 2025” con cui Pechino mira a raggiungere in 7 anni il 70% dell’autosufficienza in settori strategici che vanno dall’aerospazio alle telecomunicazioni, passando per la robotica e i veicoli elettrici. Al centro della strategia una serie di acquisizioni strategiche in Occidente tali da consentire alle proprie aziende di costruire un dominio mondiale in questi comparti.  Xi Jinping vuole fare del suo Paese una superpotenza in grado di fare fronte all’intera catena di produzione senza affidarsi alle importazioni. Dando, così, un duro colpo all’industria statunitense per la quale la Cine rappresenta un ghiotto mercato.

Altro terreno di scontro è il 5G, campo in cui le aziende cinesi detengono il 10% delle proprietà intellettuali necessarie a costruire reti di questo tipo. Il colosso cinese delle Tlc Huawei sta investendo prioritariamente sullo sviluppo del 5G nonché sull’IoT, altro comparto in forte crescita. McKinsey stima che da qui al 2025 il mercato globale dell’Internet of Things, di cui ormai si parla ininterrottamente, potrebbe valere dai 3.900 agli 11.100 miliardi di dollari all’anno. Nella migliore delle ipotesi, si parla dell’11% dell’intera economia mondiale.

Oltre al piano China 2025, Pechino è impegnata a creare condizioni più favorevoli a trattenere in patria big come Alibaba e Baidu che hanno scelto Borse estere e a offrire loro maggiori vantaggi. Come? Con lo strumento dei certificati negoziabili o Chinese depositary receipts (CDR): costruiti a specchio sugli americani ADR (American depositary receipts), sarebbero comprati e venuti in yuan sui mercati cinesi. L’occasione è ghiotta anche per i gruppi tecnologici cinesi, soprattutto le start-up e gli unicorni, che avrebbero accesso a ulteriori capitali per la loro crescita.

L’ADR è un certificato negoziabile sul mercato statunitense che rappresenta titoli emessi da una società non statunitense (in genere titoli azionari) ed è studiato per agevolare l’acquisto, il possesso e la vendita di titoli stranieri da parte di investitori statunitensi. Il CDR sarebbe disegnato in modo analogo, secondo quanto spiega Bloomberg; le aziende cinesi quotate su mercati fuori dalla Cina, per esempio a Hong Kong o New York, potrebbero emettere dei CDR nella Cina continentale oppure potrebbero scegliere di effettuare una Ipo nazionale: i regolatori cinesi hanno proposto a marzo una modifica delle norme sulle offerte iniziali d’acquisto per favorire il rientro delle imprese sui listini nazionali (Shanghai o Shenzen).

I CDR aiuterebbero così l’investimento in aziende cinesi che non si sono quotate in Cina, a vantaggio degli investitori nazionali che oggi sui listini interni trovano molte imprese tradizionali sostenute dallo Stato ma poche società innovative. Servirebbero anche ad attrarre altre imprese verso i listini cinesi e in generale a far crescere la disponibilità finanziaria per gli attori dell’hitech cinese. Il mercato azionario della Cina registra transazioni quotidiane per un valore di circa 73 miliardi di dollari contro i 13 miliardi scambiati giornalmente a Hong Kong, riporta Bloomberg: si tratta di un bacino enorme per le imprese a caccia di capitali e gli analisti pensano che molte aziende hitech sarebbero interessate a qualche forma di quotazione nazionale, che porterebbe sia nuove risorse che un potenziamento del brand in Cina.

I CDR sono per ora un progetto pilota, perché si applicano alle aziende quotate fuori dalla Cina che hanno un valore di mercato superiore a 200 miliardi di yuan, ma ai requisiti richiesti dal governo rispondono sia le “red chip” nazionali (aziende cinesi quotate all’estero con elevata capitalizzazione) come Alibaba, Tencent, Baidu, JD.com e NetEase, sia, secondo i dati di China International Capital, una trentina di unicorni, da Xiaomi a Ant Financial (parte di Alibaba).

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