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STRATEGIE

Google lancia un nuovo prodotto: la politica europea

L’azienda ha investito quest’anno 3,5 miliardi di euro in attività di lobby (il 500% in più rispetto agli anni passati): è uno dei tasselli della svolta improntata al dialogo per gestire l’offensiva regolatoria Ue. Ma non tutti si lasciano sedurre, il Garante privacy francese: “Tante parole pochi fatti”

19 Giu 2015

Patrizia Licata

Google e l’Europa non hanno mai intrattenuto buoni rapporti e il colosso di Mountain View è più volte finito nel mirino dei regolatori nazionali e dell’Ue per la sua scomoda posizione dominante. Per un’azienda che l’anno scorso ha registrato un fatturato globale di 66 miliardi di dollari, un valore superiore a tutti i beni e servizi prodotti in Stati europei come Lussemburgo o Lettonia (che quest’anno terranno il turno di presidenza del Consiglio d’Europa), il cui sistema operativo mobile Android gira su quasi l’80% degli smartphone venduti nel primo trimestre 2015 e che controlla più del 90% delle ricerche online in Europa, gli attriti con competitor e autorità sono praticamente scontati.

In passato Google si è limitata a proseguire sul suo cammino senza badare alle critiche che arrivavano dall’Europa, anzi snobbandole. Ma nell’ultimo anno Big G ha adottato un atteggiamento di maggiore apertura e disponibilità al dialogo e ha anche cercato di “conquistare” i suoi avversari con eventi, feste, incontri e, naturalmente, un’intensa azione di lobbying.

“Non avevamo abbastanza persone sul campo per instaurare questo tipo di rapporti”, ha dichiarato di recente Matt Brittin, chief executive di Google per l’Europa. Ora invece l’impegno “sul campo” si è pienamente dispiegato: in primavera Google ha affittato parte di un museo d’arte a Bruxelles per un intero mese, ha organizzato una festa per celebrare i dieci anni di YouTube invitando commissari, parlamentari, Vip e stampa europei, ha organizzato una mostra per illustrare l’attività del suo Cultural Institute, che aiuta gli istituti culturali a rendere disponibili i loro lavori online.

Ancora, Google ha annunciato che darà 150 milioni di euro per finanziare le tecnologie usate nelle redazioni dei giornali e questa iniziativa (Digital News Initiative) ha già 60 partecipanti e 1.000 in coda per unirsi. Google, riferisce il sito Politico, ha anche speso 3,5 milioni di euro per fare lobby presso l’Unione europea l’anno scorso (+480% di spese rispetto al 2011): il Ceo europeo Brittin viaggia costantemente da Londra a Bruxelles.

Non che la strada sia tutta spianata. Diversi parlamentari, regolatori e competitor di Google, intervistati dal sito Politico.eu, raccontano di essersi legati al dito “vecchi” incontri con Google in cui il colosso americano prestava scarso ascolto alle loro opinioni o richieste. “Google ha avuto occasione di dire che il Parlamento europeo non significa niente”, ricorda il parlamentare europeo Ramon Tremosa, spagnolo della Alliance of Liberals and Democrats for Europe.

Dal canto loro, gli avversari di Google restano molto attivi, come lo sviluppatore di app Disconnect che questo mese ha presentato un esposto alla Commissione Ue accusando Google di abusare del suo potere di mercato rimuovendo la app sulla privacy di Disconnect dal Play Store. E Thomas Höppner, che rappresenta gli editori tedeschi che pure si sono rivolti contro Google alla Commissione Ue, dice chel’azienda californiana non ha mai fatto un passo avanti per patteggiare.

Al tempo stesso, qualche concorrente di Google riconosce che i soldi di Big G hanno una valenza positiva in Europa: “Google è una delle pochissime aziende disposte a spendere grandi somme di denaro per difendere gli interessi della nostra industria su data protection, net neutrality e altri temi legati alle policy, su cui l’industria europea è molto disorganizzata”, dice su Politico.eu un top manager di un’azienda concorrente di Mountain View.

Alcuni regolatori, inoltre, riconoscono un atteggiamento di maggiore collaborazione da parte di Big G, a partire dal Garante privacy spagnolo Aepd, da cui è partita la battaglia che ha portato al riconoscimento del “diritto all’oblio” e alla sentenza europea che ha obbligato Google a rimuovere alcuni dei risultati di ricerca.

“Non sempre abbiamo capito come comportarci in fatto di privacy in Europa, riconosciamo che il nostro atteggiamento a volte è stato sbagliato”, ha ammesso Al Verney, portavoce di Google in Europa. “La sentenza sul diritto all’oblio ci ha fatto capire meglio come comportarci, e siamo stati veloci a implementarla e a dare ai nostri utenti più chiarezza su come raccogliamo i dati e su come possono controllarli”.

Certo, non tutti i regolatori sono convinti dalla nuova apertura di Google. “Pensavamo avessero capito che il mercato Ue è diverso da quello Usa, ma per ora da sono arrivate solo tante belle parole e poche azioni concrete”, ha dichiarato Isabelle Falque-Pierrotin, presidente del Garante privacy francese.

Anche il commissario europeo Antitrust Margrethe Vestager, come noto, è di questo avviso: ad aprile la Commissione europea ha formalmente accusato Google di aver violato le leggi Ue promuovendo Google Shopping nei suoi risultati di ricerca a scapito dei competitor. In parallelo, la Vestager ha aperto un’inchiesta formale su come Google dà in licenza il suo sistema operativo Android ai produttori di smartphone dopo che alcune aziende hanno accusato Big G di costringere i produttori a pre-installare in modo esclusivo le sue app. La Commissione continua a indagare su altri elementi della condotta di Google che potrebbero non essere in linea con le leggi europee.

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