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FINANZA

I colossi hi-tech “congelano” i bond: colpa dei tassi di interesse e del fisco Usa

Il mercato delle obbligazioni dei big della tecnologia fermo nonostante le ampie riserve di cash. Che succederà quest’anno?

13 Feb 2019

Antonio Dini

Se fino a ieri la regola era “meglio indebitarsi che pagare le tasse“, adesso cambia tutto per i big della tecnologia. La partenza del 2019, durante i primi mesi che storicamente sono quelli in cui i big caricano nel mercato obbligazionario i bond con un tasso di interesse interessante per il mercato dei capitali, è infatti rimasto a secco, nonostante le ampie riserve di contante in cassa.

Insomma, quest’anno i grandi guadagni dei big della tecnologia sono arrivati e se ne sono andati senza piani per le vendite di obbligazioni societarie, creando una vera e propria siccità a febbraio come non si vedeva da anni.

Sinora infatti pesi massimi della tecnologia come Apple e Microsoft hanno fatto di febbraio il mese preferito per prendere in prestito denaro nel mercato degli investitori, secondo i dati di una ricerca di Bloomberg. Il mese più breve del calendario ha infatti visto la maggior parte o almeno la seconda emissione da parte dei tecnologici negli ultimi cinque anni, che rappresentano quasi il 50% delle vendite del settore nel 2018.

Ma quest’anno le cose sembrano destinate a cambiare, dal momento che le aziende hanno più denaro a disposizione dopo che la legislazione fiscale ha reso più economico riportare il denaro dall’estero.

Secondo l’analista di Bloomberg Intelligence, Robert Schiffman, “il settore della tecnologia è passato per lo più sul mercato primario, da quando è stata introdotta la nuova legislazione fiscale all’inizio del 2018, finanziando le scadenze con denaro contante, una dinamica che prevediamo perseguirà”.

Uno dei driver dell’emissione di obbligazioni societarie negli ultimi anni sono stati i tassi di interesse storicamente bassi, che tuttavia hanno cominciato a cambiare l’anno scorso quando la Federal Reserve ha cambiato il passo. Ma ciò che ha avuto un impatto maggiore è stata la riforma fiscale degli Stati Uniti approvata a fine 2017, che includeva una disposizione che consentiva alle società di rimpatriare i profitti stranieri a un tasso inferiore a quello di interesse. Ciò ha consentito a molte società tecnologiche di ridurre fortemente la necessità di prendere in prestito del denaro.

Prendiamo ad esempio Apple. L’azienda californiana ha emesso 30 miliardi di dollari di obbligazioni in cinque emissioni nel 2017. Di questi, 29 miliardi di dollari sono andati alle casse della società per scopi aziendali generali.

Apple, come la maggior parte degli altri principali emittenti tecnologici, non si è fatta più vedere sul mercato obbligazionario l’anno successivo. E la mancanza di nuove emissioni sembra continuare attraverso tutto il settore. Alphabet (casa madre di Google), Microsoft, Facebook e Ibm hanno riportato risultati trimestrali con poche o nessuna indicazione che avrebbero emesso obbligazioni quest’anno.

Le società tecnologiche potrebbero anche non aver bisogno di rifinanziare il debito esistente in quanto il settore ha più che sufficiente liquidità per affrontare le prossime scadenze delle obbligazioni senza emettere nuovi titoli, secondo quanto sostengono perlomeno gli analisti di Bloomberg Intelligence.

Ma quali sono le conseguenze di questo cambio di passo? La mancanza di emissioni ha contribuito a ridurre gli spread delle obbligazioni high-grade. Ad esempio, Alphabet ha più di 22 miliardi di dollari di cash flow e recentemente non ha emesso alcun nuovo debito, secondo Schiffman, creando una scarsità che ha spinto la valutazione del suo credito un livello altissimo, scambiando a livelli ancora più alti di società con un rating di tripla A come Microsoft.

Alcune società tecnologiche potrebbero però aver ancora bisogno di vendere delle obbligazioni quest’anno. Ci sono 45 miliardi di obbligazioni tecnologiche investment-grade in scadenza quest’anno e diverse acquisizioni che devono ancora essere pagate. Ibm potrebbe sfruttare il mercato del debito per ripagare il prestito ponte da 20 miliardi di dollari che ha ottenuto per finanziare parte dell’acquisizione di Red Hat a fine 2018. Broadcom invece è anche in debito per 18 miliardi di dollari di prestiti per il suo acquisto di CA Technologies, avvenuto sempre durante il 2018.

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