IL DIBATTITO

Lo “spezzatino” delle big tech tiene banco tra i Dem Usa. Warren non molla: “No ai monopoli”

Nel confronto tra i candidati democratici alle presidenziali 2020 riflettori puntati sulle possibili violazioni antitrust da parte di colossi come Google e Facebook. La senatrice in prima linea: “Un piccolo gruppo di aziende non può dominare la nostra economia e la nostra democrazia”

16 Ott 2019

Patrizia Licata

giornalista

La senatrice americana Elizabeth Warren torna a minacciare lo “spezzatino” per le Big Tech : la candidata Democratica alle presidenziali 2020 ha ribadito che la sua posizione è che Facebook, Google, Amazon, Microsoft e Apple possono rappresentare forme di monopolio in violazione delle norme antitrust. La Warren è intervenuta nel corso di un dibattito alla Otterbein University di Westerville, Ohio, che ha visto partecipare anche Bernie Sanders e Joe Biden, anch’egli candidato alle elezioni presidenziali americane che si terranno l’anno prossimo e che, secondo gli ultimi sondaggi, è testa a testa con la Warren.

Troppo potere su economia e democrazia Usa

Le Big Tech sono state uno dei temi caldi del dibattito presso l’università dell’Ohio. “Non mollo la presa”, ha detto la Warren. “Non ho intenzione di permettere a un piccolo gruppo di monopolisti di dominare la nostra economia e la nostra democrazia. È il momento di reagire”, ha dichiarato la senatrice.

Lo spacchettamento dei grandi player delle tecnologia in più società per motivi antitrust è uno dei cavalli di battaglia della Warren. Il ceo Mark Zuckerberg ha detto – in un audio off the record trapelato sui media Usa – che è pronto a fare causa contro qualunque legge impatti la sua azienda.

Per la Warren Google dovrebbe essere divisa in due società, una per il motore di ricerca e l’altra per l’advertising; Apple in due aziende che separano la produzione smartphone e la fornitura di app e servizi; Amazon dovrebbe dividersi tra retail e servizi cloud; Microsoft tra software b2b e b2c; Facebook dovrebbe separare messaggistica e social networking, oppure pubblicità e social.

Social fuori dalla politica

Le aziende dei social sono il primo obiettivo della Warren quando si tratta di arginare le ingerenze nel processo democratico. Come Sanders, la senatrice ha attaccato le ads politiche sui social media: secondo la senatrice le aziende come Facebook e Twitter non dovrebbero vendere spazi pubblicitari ai politici che spesso contengono messaggi fuorvianti.

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Il senatore Sanders, altro critico delle Big Tech e delle corporation troppo potenti, ha appoggiato la posizione della Warren dicendo che gli Stati Uniti hanno bisogno di un presidente che abbia “il coraggio di nominare un procuratore generale capace di spezzare questi grandi monopoli”.

La candidata Democratica ha detto che non accetta donazioni alla sua campagna elettorale superiori ai 200 dollari da parte degli executive delle grandi aziende tecnologie e delle banche (un altro bersaglio della sua battaglia antitrust).

La Warren non ha invece aderito alla proposta lanciata da un’altra politica Democratica, la senatrice Kamala Harris, che ha detto che Donald Trump dovrebbe essere bannato da Twitter perché usa la piattaforma social per intimidire le opposizioni, lanciare minacce e alimentare un clima di odio e violenza. “Io non voglio buttare fuori Trump da Twitter, lo voglio buttare fuori dalla Casa Bianca”.

L’outsider Yang e il valore dei dati

Al dibattito è intervenuto l’imprenditore Andrew Yang, un candidato alla presidenza Usa che raccoglie una minoranza di voti ma che piace in Silicon Valley. Oltre a definire Bing di Microsoft un prodotto che non funziona, Yang ha rilanciato l’idea di rimettere gli utenti in possesso dei loro dati e permettere loro di intascarne il valore. Aziende come Facebook, Google e Amazon guadagnano dai nostri dati, ha detto Yang, ma nessuno di noi è stato remunerato finora per questo.

Yang – 44 anni, nato nello Stato di New York da genitori di Taiwan, laureato in Economia e in Legge e fondatore della no profit Venture for America – è un esperto di tecnologia e delle ricadute su etica e privacy; ha spesso parlato di “gestione” delle Big Tech, pur senza arrivare all’estremo dello scorporo aziendale minacciato dalla Warren.

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