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RIDE HAILING

Uber e Lyft, mai così male in Borsa. E ora ci si mette pure la regulation

I titoli ai livelli più bassi di sempre, il 30% al di sotto del valore al momento delle Ipo. Pesano i conti in rosso ma anche la proposta di legge della California che imporrebbe di riclassificare gli autisti come dipendenti

04 Set 2019

Patrizia Licata

giornalista

Per Uber e Lyft continua il crollo del titolo in Borsa: le due maggiori società americane del ride hailing hanno registrato ieri un nuovo calo nelle contrattazioni che porta il valore delle azioni a un record negativo, con Uber che scende del 5,7% a 30,70 dollari (il precedente livello più basso era stato di 32,57 dollari, il 30 agosto) e Lyft in calo del 7,2% a 45,42 dollari (il precedente livello più basso erano i 48,15 dollari del 13 maggio). Gli investitori appaiono sempre meno convinti che le due aziende dei taxi privati possano mai generare un utile.

La quotazione si è dimostrata un flop sia per Uber che Lyft: entrambi i titoli sono scambiati attualmente a un prezzo che è più del 30% inferiore a quello con cui hanno effettuato l’Ipo (45 dollari per share per Uber e 72 dollari per Lyft).

Le prestazioni finanziarie non aiutano, specialmente nel caso di Uber, che solo un mese fa ha annunciato una perdita trimestrale record pari a 5,23 miliardi di dollari. Intervistato da Cncb.com, il Ceo Dara Khosrowshahi, che pure alla vigilia dell’Ipo aveva messo le mani avanti indicando la difficoltà di portare il business in positivo, ha cercato di rassicurare gli investitori promettendo che Uber sarà prima o poi redditizia.

Sul risultato dell’ultimo trimestre di Uber hanno pesato costi legati all’Ipo, avvenuta a maggio, e Khosrowshahi ha aggiunto che nel 2019 gli investimenti raggiungeranno un picco, ma le perdite dovrebbero ridursi nel 2020 e 2021. Il colosso del ride hailing è già corso ai ripari licenziando 400 dipendenti, soprattutto nel marketing, e bloccando le nuove assunzioni di sviluppatori in Usa e Canada.

A sua volta Lyft ha riportato nel secondo trimestre una perdita di 644,2 milioni di dollari, contro il rosso da 178,9 milioni di un anno prima. Anche il questo caso il top management, tramite il Cfo Brian Roberts, ha garantito che si tratta di un dato eccezionale e che la società ridurrà le perdite già nei prossimi mesi.

A impensierire gli investitori c’è però un altro fattore, la regulation. Una proposta di legge in discussione al Senato della California potrebbe mettere a repentaglio l’intero modello di business di Uber e Lyft, perché le costringerebbe a considerare gli autisti come dipendenti e non collaboratori autonomi. La legge è stata già approvata dalla Camera bassa della California a maggio e il governatore Gavin Newsom si è espresso a favore della riclassificazione. La misura spaventa a tal punto gli operatori del ride hailing che Uber e Lyft hanno offerto un sostegno di 60 milioni di dollari a una proposta alternativa che mantiene la classificazione degli autisti come contractor ma ne aumenta stipendi e tutele.

Nonostante il crescente scetticismo degli investitori, su Uber e Lyft gli analisti di Wall Street non sono pessimisti: il dato rassicurante è, secondo JMP Securities, lo spegnersi della battaglia sui prezzi tra le due rivali che permetterà a Uber e Lyft di essere meno aggressive nella proposta dei prezzi per chi usa i loro servizi e di far salire il fatturato. Gli utili arriveranno nel “vicino futuro”; nel frattempo gli azionisti dovranno pazientare.

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