PRIMO PIANO

Digital tax europea dal 2023: in ballo 1 miliardo di euro

Nell’intesa sul Next Generation Eu un piano per tassare i colossi del Web: le entrate andrebbero a finanziare direttamente il bilancio 2021-2027

22 Lug 2020

Federica Meta

Giornalista

Una digital tax europea a partire dal 2023. Nell’accordo sul Next Generation Eu dovrebbe invece vedere la luce la tassa sui colossi del web che potrebbe fruttare fino a 1 miliardo di euro l’anno. La base di partenza sarà il lavoro dell’Ocse per la tassazione delle aziende “con una presenza digitale significativa”. I proventi andranno a finanziare direttamente il bilancio Ue 2021-2027.

Nei giorni scorsi il commissario Ue all’Economia, Paolo Gentiloni, ha presentato il pacchetto sulla cooperazione fiscale che rappresenta un primo passo per la creazione – almeno nelle intenzioni della Commissione – di un’area fiscale comune.

Al centro della strategia la  collaborazione amministrativa tra gli Stati membri per combattere l’abuso fiscale, ad esempio attraverso controlli fiscali congiunti.

Per quanto riguarda lo scambio automatico di informazioni tra Stati sulle piattaforme digitali, le amministrazioni fiscali forniranno gli strumenti affinché riguardino le informazioni sulle entrate guadagnate dai venditori per garantire un’adeguata riscossione delle imposte, limitando al contempo gli oneri amministrativi per le piattaforme stesse.

Le regole si applicheranno a tutte le piattaforme e si riferiscono a fornitura di servizi, vendita di beni, noleggio di proprietà, noleggio di qualsiasi modo di trasporto e investimento e prestito nel contesto del crowdfunding. La proposta introduce obblighi di rendicontazione uniformi sui redditi guadagnati da coloro che vendono beni o servizi attraverso queste piattaforme che effettueranno le segnalazioni solo in uno Stato membro selezionato e solo una volta all’anno.

Gli Stati membri scambieranno successivamente le informazioni comunicate per poter identificare quando le imposte sono dovute loro dalle vendite tramite piattaforme. Gentiloni ha precisato che vengono definite regole di rendicontazione e non di regole su come tassare il reddito dei venditori.

Al centro anche il rafforzamento degli accordi sulla buona governance fiscale e sulla tassazione pro ambiente. Si tratta di un’azione che costituisce poi la base di riferimento per l’uso dei fondi Ue da parte delle giurisdizioni non Ue, uso che non può contrastare le con le regole di buona governance.

WHITEPAPER
Trasformazione digitale: le tecnologie più rilevanti per supportare la crescita delle aziende
Digital Transformation

La Commissione stima che le perdite annuali di entrate nell’Ue dovute evasione fiscale internazionale da parte di privati è stata sia di 46 miliardi di euro, l’elusione dell’imposta sulle società di oltre 35 miliardi e le frodi sull’Iva transfrontaliere a di 50 miliardi.

Le frizioni Usa-Ue sulla digital tax

La posizione europea sulla web tax potrebbe però aggrvare lo scontro con  l’amministrazione Trump minaccia dazi nei confronti del Paesi del Vecchio Continente che hanno già varato una digital tax. È il caso della Francia I prodotti francesi più importati negli Stati Uniti verranno pesantemente tassati dall’amministrazione Trump al momento del loro ingresso sul mercato americano, per un ammontare complessivo che può essere approssimato attorno al miliardo e trecento milioni di dollari. E’ la decisione presa dagli Usa dopo che la Francia aveva nelle scorse settimane deciso di imporre una “tech tax” sui prodotti e sui servizi digitali che le grandi compagnie statunitensi vendono nel Paese europeo: si tratta di un’imposta sul 3% sul fatturato registrato in Francia dalle digital company il cui giro d’affari supera i 750 milioni di euro su scala  globale e i 25 milioni di euro in Francia.

Tra i prodotti presi di mira dal provvedimento Usa ci potrebbero essere alcuni dei simboli dell’export francese nel mondo, come le borse di lusso e i cosmetici, mentre rimarrebbero esclusi dai nuovi dazi i vini e i formaggi.

Secondo quando confermato da fonti interne all’amministrazione fiscale Usa, le nuove tasse potrebbero però essere messe a punto in modo da entrare in vigore tra 180 giorni, lasciando così sei mesi di tempo alla diplomazia per ricomporre il contenzioso senza che inizi una vera e propria guerra commerciale tra i due Paesi.

La trattativa Ocse

La contrarietà degli Usa alla tassazione delle web company è plastisamente dimostrata anche dall’abbandono dei colloqui Ocse per giungere a un accordo globale.

L’Ocse (che a fine gennaio ha raggiunto un accordo cui partecipano 137 Paesi per trovare la quadra entro fine 2020) ha riconosciuto, nel recente report “Tax and Fiscal Policy in Response to the Coronavirus Crisis”, che nella situazione critica generata dalla pandemia di coronavirus, diventa cruciale rispondere in maniera efficace alla sfide poste dalla digitalizzazione e garantire misure per la tassazione minima delle big tech. Secondo l’Ocse il forte impulso all’utilizzo di servizi su piattaforme digitali – basti pensare alla diffusione dello smart working e della didattica a distanza – possono rappresentare un nuovo stimolo a cercare un accordo a livello internazionale sulla web tax.

Dopo la crisi molti governi saranno chiamati a mettere in campo misure fiscali difficili, motivo per cui – prevede l’Ocse – aumenterà il  numero di Paesi che chiederà la web tax. Non solo per aumentare le entrate fiscale ma anche per evitare disparità tra le imprese “tradizionali” – Pmi soprattutto – e le multinazionali che operano sul web.

In seno all’Ocse è operativa la “task force on digital economy” volta ad esaminare le regole concernenti la distribuzione dei profitti delle imprese digitali al fine di arrivare a un nuovo quadro condiviso di norme su dove vadano corrisposte le imposte e quale quota dei profitti possa essere tassata da ogni giurisdizione coinvolta.

Secondo obiettivo della task force è quello di architettare un nuovo sistema che assicuri che le multinazionali del digitale paghino una quota minima di imposte, al fine di proteggere gli Stati dal fenomeno della Base Erosion and Profit Shifting (BEPS), ovvero l’insieme di strategie di natura fiscale che talune imprese pongono in essere per erodere la base imponibile e dunque sottrarre imposte al fisco.

WHITEPAPER
Vita da CEO: quali sono gli strumenti necessari ai manager per vincere le sfide professionali
CIO
Digital Transformation

 

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 4