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CRIPTOVALUTE

Bitcoin, gli Usa indagano: “Rischio manipolazione dei prezzi”

Avviata un’inchiesta sulle pratiche di trading illegali come lo spoofing: per le autorità statunitensi i mercati online non sono determinati nel perseguire gli illeciti mentre gli operatori hanno maggiore interesse a far fluttuare le valutazioni

24 Mag 2018

Patrizia Licata

giornalista

Il dipartimento di Giustizia americano ha aperto un’inchiesta per capire se i prezzi del bitcoin e delle altre valute digitali è oggetto di manipolazione da parte dei trader. Si tratta di un’indagine penale che si affianca a quella già aperta dall’ente regolatore di Borsa, la Sec, sulla correttezza delle operazioni di offerta di moneta iniziale, o Ico. Le autorità degli Stati Uniti accolgono così la richiesta di chi critica il nuovo mercato della finanza hitech come potenzialmente più suscettibile di condotte illecite rispetto al trading tradizionale, riporta Bloomberg.

Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ) sta lavorando a fianco della Commodities and Futures Trading Commission (CFTC), l’autorità di regolamentazione dei mercati, che ha giurisdizione, sottolineano gli esperti di mercato, su tutte le operazioni di trading che si svolgono negli Usa, inclusi i prodotti derivati legati ai bitcoin; l’indagine, che sarebbe alle fasi iniziali, si concentra sulle attività illegali di trading capaci di influenzare i prezzi delle criptovalute.

Uno dei focus è il cosiddetto “spoofing”, una forma di manipolazione in cui alcuni operatori inondano il mercato con falsi ordini per indurre gli altri partecipanti a moltiplicare acquisti e vendite, con l’obiettivo di gonfiare o far crollare i prezzi. Altra attività illecita nel mirino è il cosiddetto “wash trading”, in cui un trader-truffatore compra e vende con se stesso per creare la falsa impressione che esista una domanda di mercato; questo attira gli investitori e manipola il prezzo.

La notizia dell’inchiesta ha ovviamente contribuito alla fluttuazione del bitcoin, che ha perso il 3% a 7.409 dollari (valutazione di questa mattina). La criptomoneta ha già perso il 20% dall’inizio di maggio. Nel 2017 ha toccato il record di 20.000 dollari, ma è anche crollato in autunno a quota 1.000 dollari. Le autorità di Cina, Giappone, Corea e altri paesi hanno già acceso un faro per mettere dei paletti al nascente mercato della finanza hitech; il Parlamento europeo questo mese ha approvato regole più rigide per evitare che le valute virtuali siano utilizzate per il riciclaggio di denaro e il finanziamento al terrorismo.

L’inchiesta del DOJ prende in considerazione non solo il bitcoin ma anche altre criptovalute, tra cui ethereum, ma certamente la moneta digitale più nota è quella che attrae più critiche. A febbraio Bank of America aveva messo in guardia sulle potenziali minacce poste dalle monete digitali in una comunicazione alla Sec, in cui, per la prima volta, ha incluso la tecnologia fra i ”fattori di rischio” per gli investitori. ”L’adozione di nuove tecnologia, inclusi i servizi internet e le criptovalute, potrebbero richiedere sostanziali spese per modificare o adattare i nostri esistenti prodotti e servizi”, ha detto Bank of America, sottolineando che le criptovalute potrebbero rendere per la banca più difficile rispettare le regole mettendo in pericolo la sua capacità di tracciare i movimenti dei fondi dei clienti.

Le autorità americane, sottolinea ora Bloomberg, temono che le monete virtuali siano più facilmente oggetto di frodi per una serie di motivi, in particolare, non credono che le borse dei bitcoin siano davvero determinate nel perseguire gli operatori fraudolenti mentre sarebbe maggiore l’interesse a indurre drastiche fluttuazioni dei prezzi anche grazie alle lacune nella normativa. Lacune che, a quanto pare, i regolatori hanno ogni intenzione di sanare.

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