L'EDITORIALE

Il più grave divario digitale dell’Italia? Quello delle competenze

La mancanza di figure adeguate, anche a livello manageriale, ci ha fatto precipitare all’ultimo posto della classifica Ue. Una situazione allarmante che rischia di vanificare qualsiasi tentativo di ripresa economica e di azzerare il vantaggio sul 5G

12 Giu 2020

Mila Fiordalisi

Direttore

L’Italia si piazza all’ultimo posto della classifica Ue che analizza il livello di competenze digitali. Eravamo già in coda, ma in un anno siamo riusciti a recedere ulteriormente perdendo le due posizioni che ci separavano dal fondo. È questo il dato più allarmante che emerge dal Desi Index 2020, l’indice della Commissione europea che analizza lo stato di avanzamento del digitale nei 28 Paesi dell’Unione.

Non basta dunque il terzo posto raggiunto alla voce 5G a farci cantare vittoria: restiamo 25mi nella classifica generale e anche per quel che riguarda la quinta generazione mobile rischiamo di arretrare anche e soprattutto per la mancanza di figure adeguate, in seno alle pubbliche amministrazioni e alle imprese, in grado di comprendere il reale valore del nuovo standard in termini di sviluppo economico dei territori. Le ordinanze anti-5G – quasi 400 i Comuni che si sono espressi a sfavore- già dimostrano la scarsa conoscenza della materia a causa proprio della mancanza di figure adeguate.

Il vantaggio che abbiamo accumulato nella fase delle sperimentazioni rischia dunque di infrangersi nella fase di deployment delle nuove reti che oggi più che mai deve essere accelerata considerate le rinnovate esigenze di connettività a seguito dell’emergenza Coronavirus. I dati della Commissione europea sono a dir poco inquietanti: solo il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base (58% nell’Ue) e solo il 22% dispone di competenze digitali superiori a quelle di base (33% nell’Ue). E la percentuale di specialisti Ict in Italia è ancora al di sotto della media Ue (3,9%) attestandosi al 2,8%, per non parlare dei laureati, solo l’1% è in possesso di una laurea in discipline Ict (il dato più basso nell’Ue). Se da un lato, come si legge nel report che “l’Italia sta avviando iniziative volte a rafforzare le competenze digitali e affrontare il tema dell’inclusione digitale” dall’altro la Commissione auspica un’intensificazione e una concentrazione degli sforzi per “ridurre il divario digitale tra la popolazione e a garantire che la maggioranza disponga almeno di competenze digitali di base”. Un altro passo importante in questo ambito “sarebbe un approccio globale al miglioramento delle competenze e alla riqualificazione della forza lavoro, che comprenda un rafforzamento delle competenze digitali avanzate”.

Insomma la faccenda si fa seria. Ancor più in un momento in cui le stime sul Pil 2020 italiano sono in forte ribasso a causa degli impatti del Covid19. Centinaia di migliaia i posti di lavoro a rischio che non potranno essere compensati dalla domanda, elevatissima, di specialisti Ict, un bene prezioso al punto da essere quasi raro e da costringere le aziende più innovative a formarseli in casa laddove sia possibile. Recuperare in tempi brevi non sarà possibile: ci vorranno anni per sfornare un numero di diplomati e laureati in materie  tecnologiche e riqualificare la forza lavoro esistente è un’operazione altrettanto complessa e lunga. Ma certamente senza una spinta politica forte in questa direzione non ne usciremo. Ci si augura che i dati del Desi abbiano fatto saltare sulla sedia i decisori politici e che si passi all’azione con un adeguato piano nazionale già a partire dal prossimo anno scolastico-universitario.

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