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FREQUENZE

Concessioni Tv da rifare: la chiave è nel modello wholesale only?

Il Governo punta a rimescolare le carte sul fronte tariffe per Mediaset, Rai & Co. Ma era già stato predisposto dalla Finanziaria 2018: nelle tappe verso il 5G la chiave per una revisione. Ecco perché

28 Ago 2018

R. C.

Rivedere le concessioni anche per le frequenze TV? Già previsto. L’annuncio del Governo circa la necessità di un rimescolamento di carte nelle tariffe per Mediaset, Rai & Co. in realtà si allinea alla strada tracciata dalla legge di Bilancio 2018: quella che disegna l’architettura della grande manovra verso il 5G italiano.

Perché a partire dal maxi-trasloco che dovranno effettuare i broadcaster dalla banda 700 Mhz – destinata appunto al 5G – entreranno in ballo altri criteri di pagamento: non più per i diritti d’uso delle frequenze, ma per la capacità trasmissiva dei multiplex di nuova generazione.

Una delle tante “svolte” che il 5G attuerà già prima di esistere, in qualche modo. Sarà questa l’occasione d’oro, per il nuovo governo e Agcom, di far tornare i conti secondo altri criteri.

Questo perché il 5G imporrà una trasformazione delle reti “a propria immagine” piegando l’ecosistema a un modello wholesale con cui stanno facendo già i conti gli operatori di Tlc, ma non solo. Come ha detto l’ad di F2i Renato Ravanelli in un’intervista al Sole 24 Ore “i gruppi tendono a deverticalizzare, separando i servizi dalle infrastrutture: questa evoluzione porterà a aggregazioni strutturali e al contempo al miglioramento del servizio”. Entra in questo contesto un principio totalmente inedito per le emittenti Tv che non si vedranno più assegnate – a partire dal grande switch off completato nel 2022 – il diritto a controllare le “infrastrutture” anche se invisibili delle frequenze, ma quello di disporre di una porzione della capacità di trasmettere.

Tutto è partito dalle dichiarazioni di Stefano Buffagni (5S, sottosegretario Affari regionali) e Giancarlo Giorgetti (Lega, sottosegretario a Palazzo Chigi) sull’onda del caso Autostrade: “Le concessioni statali vanno revisionate” è stato detto. Dalle televisioni ai telefoni. Affermazione letta dai giornali come una lettera di preavviso indirizzata a Berlusconi – a Mediaset – all’interno delle turbolente prove di forza esercitate dalle formazioni politiche del momento.

Il tema nel mirino è il ricalcolo, definitivamente effettuato dal ministero dello Sviluppo nel 2016 al termine di un processo iniziato con il Governo Monti che imponeva un cambio di rotta nel sistema di pagamento del canone dovuto dalle aziende TV: il baricentro si doveva spostare dal fatturato al valore delle frequenze possedute.

Il decreto, che vide la luce dopo travagliati rimpalli tra Mise e Agcom, puntava a trovare la quadra tra una pluralità di elementi: ottemperare le richieste dell’Europa (più concorrenza sul mercato), mantenere una “parità di gettito” con le tariffe precedenti quando le emittenti pagavano l’1% sul fatturato (circa 50 milioni l’anno di incasso totale per lo Stato, dalle sole Rai e Mediaset), evitare la penalizzazione di operatori di rete “puri” (come Persidera), di operatori minori (come Europa7), di Tv locali. Il tutto fu calcolato sulla base del valore desunto dall’“asta” (con unico acquirente) del 2014: quella che assegnò a Urbano Cairo, proprietario di La7, i diritti per il lotto L3 per 20 anni, per un totale di 32 milioni (da pagare con acconto e poi “a rate”). In base alla nuova elaborazione venne stabilito che la cifra dovuta dagli operatori Tv allo Stato è di circa 2,1 milioni l’anno: non sempre, però. Vendita di capacità trasmissiva a terzi (in quantità variabili) e implementazione di nuove tecnologie di trasmissione come il Dvb-T2 (al momento solo Europa7) fruttano una serie di “sconti”.

Ma ora le cose sono destinate a cambiare. Di nuovo. Questa volta entra in ballo la capacità trasmissiva, a fornire il criterio di calcolo. Si legge nella legge di Bilancio: “le frequenze attualmente assegnate in ambito nazionale e locale per il servizio televisivo digitale terrestre ed attribuite in banda III VHF e 470-694 MHz devono essere rilasciate secondo il calendario previsto e i diritti d’uso delle frequenze di cui sono titolari gli operatori di rete nazionali saranno convertiti in diritti d’uso di capacità trasmissiva in multiplex nazionali di nuova realizzazione in tecnologia DVB-T2, secondo i criteri definiti dall’Agcom entro il 30 settembre 2018”.

All’orizzonte c’è dunque una “conversione” dei diritti d’uso delle frequenze (di cui gli operatori sono attualmente titolari) in diritti d’uso di capacità trasmissiva. La legge affidava questo compito ad Agcom che però ha “declinato”, chiedendo il soccorso del legislatore: “Una tale previsione andrebbe resa coerente e maggiormente specificata nella normativa primaria”. Spetterà al Governo – che ha più volte ribadito di voler procedere spedito sul timing – decidere se elaborare una nuova legge sollevando Agcom dall’incarico. Ma il processo è avviato.

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