L'INTERVENTO

Privacy, la gola profonda del caso Cambridge Analytica: “Usa come la Cina”

Parla Christopher Wylie, il consulente che portò alla luce le pratiche della società di marketing politico. Punta il dito contro i social media che monetizzano senza scrupoli le informazioni sugli utenti. E denuncia anche le manipolazioni dei governi

11 Ott 2019

Patrizia Licata

giornalista

Sulla privacy online gli Usa stanno andando nella stessa direzione della Cina, solo che gli abusi sui dati personali vengono perpetrati dalle aziende private (con in testa i social media) e non dallo stato. Lo ha detto Christopher Wylie, il whistleblower che ha portato alla luce lo scandalo Cambridge Analytica, in un’intervista sulla rete Cnbc.

“Gli Stati Uniti sono sulla stessa strada della Cina, solo che noi permettiamo alle aziende private di monetizzare come vogliono i dati personali”, ha dichiarato Wylie. “Ma siccome non è lo stato a farlo non vuol dire che non ci siano conseguenze nocive derivanti dal fatto che uno o due grandi aziende tracciano tutto quello che fai“.

Social media troppo potenti

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica (di cui Wylie era un dipendente), il consulente dei dati americano ha ripetutamente denunciato l’influenza dei social media per la vastità delle informazioni che raccolgono e che riutilizzano e condividono con società terze.

Secondo Wylie i metodi usati da Cambridge Analytica potrebbero benissimo essere usati da altre società: “Anche se Cambridge Analytica non esiste più, gli strumenti che usava esistono ancora”.

Servono più regole

Per questo, dice Wylie, tutte le aziende del social networking dovrebbero, come minimo, essere sottoposte a una regulation simile a quella delle utility come le società elettriche o dell’acqua, ovvero che erogano servizi di pubblica utilità. “Certi settori industriali sono diventati così importanti perché sono essenziali per il business delle aziende e la vita quotidiana delle persone e perché raggiungono enormi fette di mercato”, ha detto Wylie. “In questi casi creiamo regole che mettono il consumatore al primo posto. Le aziende possono ancora guadagnare e generare utili. Ma devono prendere in considerazione i diritti e la tutela delle persone”.

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Gli Stati Uniti sono consapevoli di questa sfida. La Federal trade commission (che ha sia poteri antitrust che di difesa dei consumatori) ha inferto a Facebook una multa da 5 miliardi di dollari per le violazioni sui dati personali connesse col caso Cambridge Analytica. La stessa Ftc e il dipartimento di Giustizia hanno in corso delle indagini sulle Big Tech per chiarire, ancora una volta, le questioni inerenti alla privacy e al rispetto delle norme sulla concorrrenza.

La spy story di Wylie

Tuttavia non sono solo le aziende private a rischiare l’abuso dei dati personali. I governi possono fare altrettanto. Wylie ha appena pubblicato un libro (Mindf*ck) sulla vicenda del datagate e la sottrazione e utilizzo senza consenso dei dati di 87 milioni di utenti di Facebook tramite una app terza sviluppata per la società di marketing politico (oggi non più attiva). Il libro, basato sulla sua storia personale, denuncia le tecniche di data mining e manipolazione psicologica che, scrive Wylie, hanno sostenuto l’elezione di Donald Trump alla presidenza Usa e portato al sì alla Brexit nel Regno Unito.

Wylie mette in collegamento Facebook, Wikileaks, intelligence russa e hacker internazionali per puntare dritto su quelle che definisce le “operazioni americane” di Cambridge Analytica finanziate dal miliardario Robert Mercer e pilotate da Steve Bannon e che hanno di fatto trasformato i dati personali in armi della politica.

Ora Wylie sottolinea che le stesse tecniche possono essere usate da altri paesi: “La mia preoccupazione è: che cosa succede se la Cina o la Corea del Nord diventano la nuova Cambridge Analytica?”.

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