ETICA DIGITALE

Tim Cook paladino della privacy, “red carpet” a Bruxelles

Il Ceo di Cupertino sarà tra i keynote speaker di “Debating Ethics”, sessione pubblica della Conferenza dei Garanti privacy mondiali che si terrà presso l’Europarlamento. Lo ha annunciato l’Edps Giovanni Buttarelli sottolineando che Apple “ha assunto una chiara posizione sulla privacy”

Pubblicato il 03 Ott 2018

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Tim Cook in prima linea su etica digitale e privacy: il Ceo di Apple sarà tra i keynote speaker della tavola rotonda Debating Ethics, sessione pubblica della International Conference of data protection and privacy commissioners che si terrà il 24 ottobre prossimo presso il Parlamento europeo a Bruxelles. Lo ha annunciato lo European data protection supervisor (Edps), Giovanni Buttarelli, commentando: “E’ con grande piacere che rendiamo noto che Tim ha accettato di parlare alla conferenza”.

La sessione pubblica dell’evento dei Garanti privacy mondiali sarà incentrata sui temi della “dignità e rispetto nella data-driven life” e intende dare impulso a una conversazione globale su benefici e rischi dell’utilizzo della tecnologia digitale. Interverranno anche il padre del World Wide Web, Sir Tim Berners-Lee, la filosofa Anita Allen, l’ex chief justice of India Jagdish Singh, Pascale Fung, Direttore del Centre for AI Research di HKUST, e l’autore Jaron Lanier.

Buttarelli ha affermato che Cook è sempre stato un partecipante attivo dei dibattiti sulla protezione dei dati personali “in qualità di numero uno di un’azienda che ha assunto una chiara posizione sulla privacy“; l’Edps e tutti i portatori di interesse desiderano ascoltare il suo punto di vista. Il Ceo di Apple “si unisce a un già prestigioso gruppo di keynote speakers e panellists che intendono contribuire al dibattito su come la tecnologia può lavorare al servizio delle persone”.

A fine marzo, alla luce del caso Cambridge Analytica, Tim Cook aveva lanciato un duro attacco contro Facebook e ribadito, in un’intervista al sito Recode e a Msnbc, che la privacy costituisce “un diritto umano, una libertà civile”. Il Ceo di Apple, preoccupato anche dalle pesanti conseguenze che lo scandalo stava avendo sulle quotazioni dei titoli tecnologici a Wall Street, aveva dichiarato: “Potremmo fare soldi a palate se i nostri clienti fossero i nostri prodotti, se cioè olessimo monetizzarli. Ma abbiamo scelto di non farlo, perché non vogliamo mettere le mani sulla vita privata degli utenti”. Cook si era detto favorevole all’individuazione di norme che chiariscano cosa si può e cosa non si può fare con i dati dei clienti: “Non dovrebbero esistere”, ha detto il Ceo di Apple, profili che ricostruiscono nel dettaglio le informazioni di singoli utenti, raccolte mettendo insieme le informazioni raccolte da fonti diverse.

Apple è da sempre ferrea nel proteggere i dati dei suoi utenti (fino al controverso caso dell’iPhone dell’attentatore di San Bernardino che Apple si è rifiutata di sbloccare per l’FBI), ma dopo il datagate gli analisti di Ubs hanno sostenuto che la Mela esce dai recenti scandali con un vantaggio competitivo, perché il core business dell’azienda guidata da Cook è focalizzato sull’hardware e ciò la mette al riparo da tempeste sul valore del brand legate ai temi della protezione dati. Al contrario, web companies come Facebook o Google, caratterizzate da un modello basato su software e Internet, dipendono strettamente dalla pubblicità e quindi dallo sfruttamento dei dati e dalla profilazione degli utenti. Il clamore “non tocca l’azienda della Mela – ha affermato Steven Milunovich di Ubs. Nonostante Apple parli talvolta di privacy – dice Milunovich – lo fa parlando di diritti universali. E di fatto, il suo business model enfatizza la protezione dei dati personali più di quanto possano farlo Google o Facebook”.

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