IL POSITION PAPER DI TIM

Banda ultralarga, il fair share non è “zero sum game”

Alla vigilia dell’avvio della consultazione pubblica da parte della Commissione Ue per stabilire l’eventuale contributo a carico degli over the top, la telco guidata da Pietro Labriola mette nero su bianco le questioni aperte e da sanare e spiega perché, in caso di introduzione dello strumento, non ci sarà uno stravolgimento degli assetti della rete Internet e non ci saranno impatti sui consumatori

Pubblicato il 13 Gen 2023

Mila Fiordalisi

Direttore

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Un position paper per spiegare, punto per punto, perché è necessario che si proceda in direzione di un coinvolgimento degli over the top nel finanziamento delle nuove reti Vhcn in ottica di fair share e fair play.

Alla vigilia dell’avvio, nei prossimi giorni, della consultazione pubblica da parte della Commissione europea che mira in primis a un “censimento” (attraverso un questionario) dei piani di investimento di telco e Ott rispettivamente sul fronte reti e cloud per arrivare a una ricognizione puntuale delle risorse finanziarie necessarie per mandare avanti i progetti e quindi a un calcolo dell’eventuale contributo a carico delle piattaforme digitali nell’ambito dell’infrastrutturazione – Tim pubblica un documento che riepiloga le questioni sul piatto e rimanda al mittente, alias principalmente agli over the top ma non solo, le critiche alla disciplina del fair share.  (SCARICA QUI IL POSITION PAPER TIM).

Il traffico dati cresce a ritmi da record

“I sei più grandi player digitali generano il 55% del traffico, ma non contribuiscono in alcun modo alle infrastrutture che lo veicolano”, ricorda in un post su Linkedin l’Ad di Tim, Pietro Labriola evidenziando che “basterebbe questo a ricordarci come oggi il mercato della Rete sia squilibrato, inefficiente, insostenibile per gli operatori di telecomunicazioni” nonché “insostenibile per l’economia, ma anche per l’ambiente”. “Se la capacità trasmissiva fosse correttamente remunerata, i player digitali non la utilizzerebbero senza alcun freno, causando enormi sprechi energetici. Ci troviamo nella classica situazione di “fallimento di mercato”, quella in cui, per conseguire il benessere economico e sociale dei cittadini, è necessario un intervento regolamentare a livello internazionale”, continua Labriola ribandendo che una soluzione possibile è rappresentata, appunto, dal fair share ossia dal “riconoscimento da parte dei più grandi fornitori di servizi in rete di un contributo economico a copertura dei costi del traffico che generano.  Fair share significa, per noi, fair play nella concorrenza. Ma anche un uso più efficiente delle risorse, con benefici tangibili per l’ambiente, e quindi per tutti”.

L’Ad di Tim è fra i 16 ceo delle telco europee (per l’Italia anche l’Ad di Fastweb Alberto Calcagno) sottoscrittori della proposta che punta a coinvolgere le web company nella realizzazione delle nuove reti in qualità di principali generatori di traffico dati Nel position paper, a firma di Guido Ponte (Head of Economic Studies) e Giacomo Robustelli (Head of International and European Affair), Tim dunque ribadisce quanto già espresso nei mesi scorsi con un’analisi puntuale della situazione.

Il Fair share non è un “zero sum game”

Il Fair Share non è un “zero sum game”: questa la tesi a cui giunge l’analisi di Tim. “Non si tratta semplicemente di trasferire risorse economiche dalla grande piattaforme internazionali ai fornitori di accesso ad Internet (che comunque già di per sé risponderebbe ad un principio di maggior equità) ma rappresenta un correttivo che permette all’intero comparto digitale di funzionare in maniera più efficiente e ottimale ponendolo nella posizione di poter meglio rispondere alla sfida di un rapido e soddisfacente rafforzamento delle infrastrutture digitali indispensabili per la crescita economica del paese e per il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla Digital Compass 2030”.

L’introduzione di un contributo economico a carico degli Ott a copertura parziale dei costi attribuibili al traffico da loro generato consentirebbe, secondo Tim, non solo di “pervenire ad un più efficiente impiego della risorsa capacità trasmissiva” ma anche di “rafforzare gli investimenti in reti di telecomunicazioni, necessari per far fronte ai crescenti volumi di traffico. Ciò senza che questo comporti un aumento dei prezzi e vada quindi a discapito dei consumatori, che anzi trarrebbero beneficio da un’ampia diffusione dei servizi a banda larga”, si legge nel paper.

La questione del fallimento di mercato

Come evidenziato da Labriola esistono alcuni aspetti rispetto ai quali il libero mercato presenta dei “malfunzionamenti” (i cosiddetti fallimenti di mercato) ovvero delle circostanze che, in assenza di correttivi esterni, portano a risultati subottimali e/o non efficienti dal punto di vista del benessere economico collettivo. “Gli attuali meccanismi che regolano i rapporti di scambio tra operatori di telecomunicazioni (in qualità di internet service provider) e fornitori di contenuti veicolati attraverso la rete Internet presentano elementi riconducibili ad un fallimento di mercato”. I fornitori di contenuti per offrire i propri servizi digitali agli utenti finali utilizzano le reti degli operatori di telecomunicazioni “senza che però, per quest’ultimi, questo generi alcun ricavo aggiuntivo rispetto agli introiti che essi derivano dai propri utenti”, si legge ancora nel paper. “Non esistendo alcuna contropartita economica, i fornitori di contenuti tendono a farne un “sovra-impiego” (ovvero un impiego superiore a quello che si avrebbe in presenza di un prezzo/valorizzazione della risorsa “capacità trasmissiva”). Contestualmente, gli operatori di telecomunicazioni, qualora fossero nella posizione di poterlo fare (e come vedremo non lo sono), al fine di gestire al meglio le proprie risorse, tenderebbero invece a “fornirne” un quantitativo subottimale”.

Un meccanismo che non può più funzionare e oggi men che meno considerati anche gli impatti della crisi economica e dell’inflazione.

Lo sbilanciamento di mercato a favore degli over the top

Numeri alla mano Tim evidenzia che nell’ultimo decennio il consumo di traffico mensile per linea sulla propria rete si è più che decuplicato passando da 16 Gigabyte al mese nel 2011 a 191 Gigabyte al mese nel 2021 e che una sola partita di calcio può arrivare a richiedere un dimensionamento della capacità trasmissiva superiore a quella che solo tre anni fa si rendeva necessaria per veicolare tutto il traffico complessivamente veicolato dalla rete.

Situazione che fa il paio con il potere di mercato delle grandi piattaforme internet internazionali, la limitata contendibilità dei relativi mercati e, in misura minore, anche con la normativa sulla net neutrality che non consente alle telco selezionare” e/o differenziare le prestazioni ai singoli fornitori di contenuti/applicazioni né tantomeno di rifiutare il trasporto di volumi di traffico. “L’impossibilità di gestire in modo differenziato i diversi fornitori di contenuti (che nei fatti si traduce in obbligo di “must carry” implicito) priva gli operatori di telecomunicazioni della principale arma negoziale di cui tipicamente dispone il fornitore di un qualsiasi servizio/prestazione, ovvero, la non fornitura del servizio medesimo e/o la fornitura di un servizio di minore qualità” si puntualizza nel paper in cui si evidenzia fra l’altro che “questa circostanza ridimensiona fortemente un potere negoziale già in origine molto debole e mette gli operatori di telecomunicazioni nell’impossibilità di poter esigere alcun compenso da parte di nessun fornitore di contenuti (grande o piccolo che sia)”.

A chi dovrà applicarsi la disciplina del Fair share

Secondo Tim la disciplina del Fair share dovrà essere messa a punto per essere rivolta esclusivamente verso i soggetti che generano grandi quantità di traffico e che, “in virtù del significativo potere negoziale detenuto, sono nella posizione di potersi sottrarre alle normali dinamiche di mercato”.  Dunque, bisogna restringere il campo dell’intervento normativo alle sole grandi piattaforme anche e soprattutto in nome del principio di proporzionalità dell’intervento regolamentare “ovvero, alla necessità di circoscrivere l’intervento normativo al minimo indispensabile”. Tim evidenzia inoltre che “quando si interviene introducendo un determinato obbligo a soggetti/imprese privati ci si deve sempre assicurare che tali soggetti possano disporre delle risorse necessarie a ottemperare tale obbligo senza che questo possa compromettere la sostenibilità dei rispettivi modelli di business”.

Discriminazione e stravolgimento della Rete?

E a chi sostiene che ciò innescherebbe una ipotetica “discriminazione tra i bit” Tim risponde che “è da considerarsi molto più “discriminatoria” la situazione attuale dove un fornitore di contenuti che genera ad esempio un quinto del traffico complessivo trasportato in rete non fornisce alcun equo compenso per le risorse utilizzate esattamente al pari di chi genera un traffico assolutamente marginale e trascurabile”. Tim risponde anche a chi ha lanciato l’allarme su uno “stravolgimento” dell’attuale funzionamento della rete, sottolineando che il meccanismo del fair share “semplicemente regolarizza in ottica di un maggior fair play economico i rapporti di scambio esistenti tra operatori di telecomunicazioni e le grandi piattaforme internazionali che forniscono servizi attraverso la rete internet, rapporti che, ad oggi, risultano assolutamente sbilanciati a favore di quest’ultimi”.

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