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IL PROVVEDIMENTO

Mediaset-Vivendi, Bolloré e de Puyfontaine indagati per aggiotaggio

Il patron e l’Ad della media company finiscono nel registro delle notizie di reato della Procura di Milano. L’ipotesi si riferisce alla salita fulminea al 28,8% della tv di Cologno Monzese

24 Feb 2017

Andrea Frollà

Vincent Bolloré e Arnaud de Puyfontaine finiscono nel registro degli indagati dalla Procura di Milano per la salita fulminea di Vivendi nel capitale di Mediaset. Per l’Ad della media company l’ipotesi di reato è aggiotaggio, mentre per il patron è concorso in aggiotaggio.

L’iniziativa dei pubblici ministeri di Milano, Fabio De Pasquale e Stefano Civardi, si inserisce nell’indagine aperta a seguito degli esposti inviati da Mediaset e Fininvest alla Procura di Milano, all’Agcom e alla Consob. Nel mirino della richiesta della famiglia Berlusconi c’è il rastrellamento sul mercato da parte di Vivendi del 28,8% della tv italiana, che secondo i legali di Mediaset i francese avrebbero comprato a prezzo di saldo manipolando il mercato.

Sulla scia di questa novità e dei conti presentati ieri Vivendi viaggia in Borsa a metà giornata perdendo il 4%, mentre a Piazza Affari Mediaset cede l’1,8%. La notizia è stata commentata dalla società transalpina con un nota breve ma dura: “L’iscrizione dei dirigenti di Vivendi nel registro della Procura di Milano è il risultato della denuncia infondato e ingiuriosa presentata da Berlusconi contro Vivendi dopo la sua ascesa al capitale di Mediaset – si legge in una nota diffusa a metà giornata dalla media company – Questo atto non indica in alcun modo un accusa nei confronti di qualcuno”.

A stretto giro di boa è arrivata la replica di Niccolò Ghedini, storico avvocato della famiglia Berlusconi: “Come è a tutti noto, e a maggior ragione lo è per Vivendi, Fininvest ha sottoposto all’attenzione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano solo ed esclusivamente dati oggettivi e documentali di quanto accaduto prima, durante e dopo il contratto per la cessione di Premium”. La Procura di Milano ha iscritto il procedimento nei confronti di ignoti e, spiega l’avvocato, “solo dopo gli opportuni approfondimenti ha, evidentemente, ritenuto non infondata l’azione proposta. Tanto meno si può considerare ingiurioso in Italia rivolgersi alla Autorità Giudiziaria in casi consimili. La Procura ha, quindi, autonomamente valutato meritevoli di iscrizione a notizia di reato coloro che per Vivendi hanno posto in essere le condotte descritte nell’esposto di Fininvest”.

Lo scossone arriva a poche ore dalla presentazione dei conti 2016 da parte di Vivendi, da cui è emerso che la campagna d’Italia e gli acquisti in Mediaset sono costati a Bolloré e soci 1,3 miliardi. Uno scossone che potrebbe turbare lo scenario attuale, con la società italiana e la cugina d’Oltralpe in attesa del verdetto Agcom sulle doppie partecipazioni di Vivendi (in Telecom e Mediaset). Questione piuttosto intricata a causa della mancanza di giurisprudenza in materia.

“Noi avevamo intenzione di trovare un accordo con Mediaset e intendiamo ancora trovarlo – ha spiegato l’ad della media company Arnaud de Puyfontaine, in un’intervista a Les Echos -. Tuttavia le informazioni trasmesse da Mediaset su Premium erano diverse dalla realtà. Oggi non abbiamo più scambi ma riflettiamo su diversi scenari. Deteniamo poco meno del 30% del capitale e dei diritti di voto e non abbiamo bisogno del 100%. Passiamo ben rimanere azionisti di minoranza. L’importante è che questo dia luogo a un partenariato costruttivo”.

Sul caso Mediaset-Vivendi torna a parlare anche il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. “Quello che rileva non è la proprietà di Mediaset ma che l’azienda non sia paralizzata. La risposta non è mai l’italianità, ma non è che noi siamo più fessi degli altri – sottolinea intervenendo al dibattito organizzato da Il Foglio -. Stiamo andando verso una fase storica in cui tornerà purtroppo il nazionalismo economico però non bisogna rispondere con il nazionalismo, dobbiamo fare in modo di non essere preda del nazionalismo altrui”. Calenda ha inoltre annunciato che nel Ddl concorrenza all’esame del Senato sarà inserita una norma anti-scorrerie “a favore della trasparenza” per regolamentare le partecipazioni rilevanti. Indiscrezioni in tal senso erano già circolate a inizio mese. “Non dobbiamo fare una norma anti-Bolloré, ma una norma mutuata da Francia e Stati Uniti sarà inserita nel prossimo Ddl concorrenza e prevedrà che quando compri il 5% di un’azienda quotata devi dire perché lo stati facendo”. In ogni caso, ha spiegato il titolare del Mise, non si tratterà di una norma retroattiva e contro le scalate.