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#TELCO4ITALY

Ultrabroadband, riparte la corsa alle infrastrutture (ma con modelli diversi)

Dal monopolio alla concorrenza, operatori e istituzioni a confronto. Dècina (Infratel) sul piano Bul: “Ha creato una vera dinamica concorrenziale”. Gli interventi di Bassanini (Open Fiber), Morandini (Telecom), Di Feliciantonio (Fastweb), Lombardi (Wind Tre), Protto (Retelit)

14 Giu 2017

Patrizia Licata

Come si gioca la partita dell’ultra-broadband nella transizione da un mercato telecom dominato dall’incumbent a un mercato su cui agiscono più concorrenti? Il tema è stato al centro della prima tavola rotonda nell’ambito dell’evento Telco per l’Italia stamattina a Roma e proprio di concorrenza, oltre che dello stato dei tre bandi del Piano Ultra Bandalarga (BUL), ha parlato Maurizio Dècina, Presidente, Infratel.

La prima gara, come noto, si è conclusa e la firma del contratto è “imminente”; la seconda gara è in corso: la commissione giudicatrice sta aprendo le buste tecniche, poi passserà a quelle economiche e l’aggiudicazione è prevista nel mese di luglio, ha riferito Dècina. La terza gara, molto più piccola delle prime due per unità immobiliari e base d’asta, riguarderà le zone già toccate dal progetto 700 Comuni (in Puglia, Calabria e Sardegna). Ma è il cambio di modello di investimento pubblico che ha introdotto nel piano BUL una vera novità, ha sottolineato Dècina: “Non più un contributo dello Stato ma un intervento diretto che consente la creazione di una dinamica concorrenziale, con un vincitore wholesale che offre infrastrutturazione a tutti gli operatori retail che vanno a concorrere nelle aree a fallimento di mercato. Il vincitore vende la sua offerta wholesale a prezzi più convenienti che nelle altre aree per incentivare la domanda”.

Dècina ha tenuto a sottolineare che con le tre gare BUL “Dal 2013 a fine 2020 lo Stato spenderà per coprire il 47% del paese con l’ultra banda larga, pari a 7.300 Comuni”. Nel caso del primo bando BUL, sono state considerate anche le cosiddette “case sparse”, circa 600.000 o il 15% delle unità da coprire, che saranno raggiunte con la tecnologia del fixed wireless. “Open Fiber ha vinto con una proposta interessante sia dal punto di vista tecnologico che economico: quello che si rispamia sulla base d’asta si reinveste nel Piano BUL sugli incentivi per stimolare domanda”, ha affermato Dècina.

Innovativa anche la consultazione indetta da Infratel sulle aree bianche, grigie e nere, ha continuato il Presidente, perché permette una mappatura con una “granularità” senza precedenti: “Aree bianche, nere e grigie si intersecano, in tutti i Comuni italiani ci sono zone bianche o numeri civici bianchi. Nessuno potrà barare sulle unità raggiunte e sulle tecnologie usate”. Alla consultazione hanno risposto 31 operatori: Infratel sta ancora visionando le risposte ma un aspetto importante che emerge riguarda il 5G e le piccole celle per coprire le unità immobiliari. “Sul fixed wireless, che tocca circa il 20% delle case, andrà visto se la Commissione europea accetterà che sia classificabile come Nga“, ha concluso Decina.

Ma c’è spazio per un nuovo operatore wholesale sul mercato italiano? Franco Bassanini, Presidente, Open Fiber, non ha dubbi: “Lo spazio di mercato c’è perché l’Italia non ha quelle reti Tv su cavo che in altre parti del mondo hanno stimolato gli investimenti e sfidato gli incumbent Tlc costringendoli a investire in ammodernamento delle reti”. Insomma, l’incumbent Telecom Italia e la new entry Open Fiber possono convivere. “Nel mercato italiano c’è bisogno di un operatore wholesale puro che metta l’infrastruttura a disposizione di tutti. Noi non facciamo concorrenza agli operatori telecom sull’erogazione di servizi voce, dati o Tv, non agiamo sul mercato retail. Open Fiber fornirà sia fibra spenta che accesa ma sempre wholesale. Pensiamo che questo sia un modello interessante per attivare la competizione. Ora spetta all’authority garantire la fair competition e reprimere adeguatamente gli abusi di posizione dominante da parte di chiunque”, ha aggiunto Bassanini. Sul modello di Open Fiber il Presidente ha chiarito: “Il nostro è un investimento con ritorni di lungo periodo”. E sulle gare Infratel: “Abbiamo vinto la prima gara, abbiamo fatto un’offerta competitiva anche per il secondo bando che speriamo di vincere: l’insieme dei due bandi rappresente 9,3 milioni di unità immobiliari da connettere. Ma se ci saranno le condizioni di mercato ci proponiamo anche di raggiungere altre 9,6 milioni di unità immobiliari nelle aree nere e grigie”.

Puntuale la risposta dell’ex incumbent agli interventi del concorrente: Cristoforo Morandini, Responsabile Regulatory Affairs & Equivalence, Tim, ha dichiarato che “La rivoluzione digitale è la nuova fase della concorrenza nelle telecomunicazioni, ma richede scelte più coraggiose da parte del regolatore, che deve prevedere e regolare solo quanto indispensabile. Ci sembra comunque che l’autorità italiana vada in questa direzione. Tim investe laddove vede un modello di infrastrutturazione sostenibile economicamente: abbiamo azionisti esigenti di cui tenere conto”. Sull’abuso di posizione dominante Morandini ha replicato: “La parità di trattamento è un valore per Tim, noi diamo equivalence. Ma chiediamo equivalence anche con altri settori che ancora godono di modelli diversi e non devono operare alle nostre stesse condizioni. Sia in Italia che in Ue le autorità siano attente ai sussidi incrociati su più settori”. Il top manager Tim ha proseguito: “Nessuno investe quanto Tim e con la stessa rapidità di execution: nel nostro piano 2017-19 abbiamo previsto 11 miliardi di investimenti di cui 5 miliardi in Ngn; entro il 2019 porteremo la banda ultra larga al 99% della popolazione e copriremo tutto il territorio con il 4G. Nessun paese come l’Italia sta accelerando sulla copertura ultra-broadband, ma dobbiamo stimolare di più la domanda”. In questo ambito Tim ritiene “interessante” lo strumento dei voucher.

“Finalmente l’Italia sta raggiungendo i livelli di copertura in banda ultra larga degli altri paesi europei”, è intervenuta Lisa Di Feliciantonio, Head of Media Relations & Public Affairs, Fastweb. “Siamo partiti da una situazione di ritardo e le fasi dell’accelerazione hanno un denominatore comune: la concorrenza nell’infrastruttura. Fastweb ha avuto un ruolo nel rilanciare la corsa sul mercato della fibra, ma uscire dalle zone densamente popolate per fare reti che richiedono grandi sforzi di capitale non è facile. Ora le condizioni sono cambiate, anche grazie all’intervento del regolatore sulle condizioni di accesso all’ultimo miglio e all’intervento pubblico che ha generato concorrenza tra più attori privati”. Per Fastweb l’approccio “progressivo” è l’unico sostenibile per gli operatori che investono, così come quello multi-tech, che punta non solo su Ftth, ma anche su Fiber to the node e fixed wireless.

Sul mercato mobile si è soffermato Antongiulio Lombardi, Direttore Regulatory Affairs, Wind Tre: “Le reti 5G comportano la necessità di un coordinamento tra soggetti operanti in diversi settori merceologici, quali, ad esempio, trasporti e sanità, oltre che, ovviamente, le comunicazioni elettroniche. In questo contesto, è essenziale che vi sia un unico soggetto pubblico che coordini l’attività di tutte le autorità preposte al controllo dei vari settori, per assicurare una rapidità e omogeneità di decisione”, ha osservato Lombardi. Per Wind Tre, “questo soggetto non può che essere il Mise”.

Sugli incentivi alla domanda si è invece concentrato Federico Protto, Amministratore Delegato, Retelit: “Ci rivolgiamo alle imprese e sappiamo bene come il tessuto industriale italiano sia fatto di Pmi sparse sul territorio, con tante aree industriali oggi ancora non raggiunte dalla fibra“. Ciò rende difficile per le nostre imprese competere su scala internazionale – non a caso solo il 10% delle nostre Pmi usa l’e-commerce contro il 20% in Francia e Germania: “E’ la cartina di tornasole che ci dice che la tecnologia non è a disposizione di tutti e che la cultura digitale è scarsa”, ha affermato Protto. “Bene dunque l’intervento pubblico per le aree bianche ma occorre anche stimolare la domanda; i voucher possono essere una risposta adeguata per le famiglie ma non per le imprese e le stesse agevolazioni di Industria 4.0 non sono al passo coi tempi: non basta guardare agli investimenti in macchine o software ma occorre incentivare gli investimenti in servizi che sono la vera chiave della digitalizzazione del paese. La prossima legge di bilancio dovrà tenerne conto”.

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