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IL PROGETTO

Google “rallenta” in Cina: il nuovo motore non sarà cosa facile

Il Ceo Sundar Pichai risponde alle domande del personale in un all-hands meeting a Mountain View: il progetto Dragonfly è ancora “in fase esplorativa”. Il colosso americano non rinuncerà però a essere presente nel Paese: “E’ nella nostra mission”

17 Ago 2018

Patrizia Licata

giornalista

Il Ceo di Google Sundar Pichai ha chiarito, in un all-hands meeting con i dipendenti, quali sono i progetti aziendali per il rientro sul mercato cinese. Dopo le voci delle scorse settimane che parlavano di un ritorno in Cina con un motore di ricerca mobile “tarato” in modo da rispettare le restrizioni all’accesso alle informazioni dettato da Pechino, Pichai ha specificato che Google sulla Cina è ancora in fase “esplorativa” e che il piano per il rientro sul mercato del colosso asiatico è solo “alle prime fasi”. Sul tema è intervenuto anche il co-fondatore di Google, Sergey Brin, assicurando che l’azienda del motore di ricerca numero uno al mondo non intende venir meno ai suoi principi e valori.

Le dichiarazioni sono state riportate da Bloomberg in base alle testimonianze di alcune persone presenti al meeting che hanno parlato sotto condizione di anonimato: l’incontro non era aperto al pubblico. Si tratta della prima volta, hanno detto le fonti, che il top management di Google interviene sulla delicata questione del rientro sul mercato cinese: la notizia del motore di ricerca “censurato” ha scatenato non poche controversie tra gli attivisti della libertà di espressione e di Internet aperto nonché le critiche di alcuni parlamentari statunensi che non gradiscono la sottomissione di un’azienda nazionale al governo e alla censura cinesi.

Secondo quanto riportato a inizio mese da The Intercept, Google starebbe testando una app Android per la search allineata con i severi controlli sui contenuti online imposti da Pechino e avrebbe già presentato il prodotto al governo cinese. Il progetto, col nome in codice Dragonfly, sarebbe stato avviato nella primavera dell’anno scorso assumendo forma concreta a fine 2017, dopo che il Ceo di Google Sundar Pichai si è incontrato con un funzionario di alto livello del governo cinese. La app sviluppata a Mountain View sarebbe in grado di riconoscere e bloccare l’accesso ai siti che offrono informazioni bandite dal Great Firewall cinese, come quelle relative ai diritti umani, alla democrazia e alla religione. Google sarebbe pronta al lancio nei prossimi sei-nove mesi.

“Non stiamo per lanciare un prodotto di search in Cina”, ha smentito Pichai. “E a questo stadio non sappiamo se lo faremo o se potremo farlo”. Pichai ha però anche detto che “La nostra missione è di organizzare l’informazione globale. La Cina rappresenta un quinto della popolazione mondiale. Credo che se vogliamo perseguire la nostra missione dobbiamo seriamente considerare come essere più presenti in Cina“.

Alcuni dipendenti di Google hanno fatto domande anche sul ritorno dell’azienda sul mercato del cloud cinese: la scorsa settimana Bloomberg ha scritto che l’azienda di Mountain View sta trattando con la cinese Tencent (già sua alleata) e altre imprese locali tra cui Inspur Group (uno dei maggiori fornitori cinesi di server e servizi cloud) per offrire i servizi cloud della G Suite nel paese asatico. Lo potrà fare solo con partner locali che le garantiscono di conservare e gestire in Cina i dati digitali degli utenti cinesi.

Sono strategie che il personale di Mountain View non sempre gradisce: mille dipendenti hanno firmato una petizione in cui si afferma che il progetto Dragonfly solleva “urgenti questioni etiche e morali”. Lo staff di Google critica anche la conduzione della strategia cinese “in gran segreto” e chiede di poter partecipare alla supervisione del progetto. Pichai ha promesso più “trasparenza” e un dialogo con i dipendenti per raccogliere anche il loro punto di vista.

Google ha abbandonato il mercato cinese otto anni fa proprio in segno di protesta contro le restrizioni all’accesso online applicate dal governo. Dietro la decisione di allora c’era in particolare la volontà di Sergey Brin, co-fondatore di Google insieme a Larry Page, che, nato nell’Unione sovietica, è particolarmente sensibile alla difesa delle libertà civili. Nell’ultimo anno il colosso americano ha tuttavia condotto una serie di manovre di riavvicinamento alla Cina, dall’annuncio dell’apertura in Cina di un centro di ricerca sull’intelligenza artificiale all’alleanza con il gruppo del commercio elettronico JD.com e con il colosso hitech Tencent su licenze e brevetti,

A Washington le notizie sul progetto Dragonfly è stata accolta con preoccupazione: “Sarebbe una vittoria del governo cinese se i dettami del Partito comunista avessero la meglio su un’azienda americana“, hanno scritto sei parlamentari degli Stati Uniti, tra cui il senatore Repubblicano Marco Rubio, in una lettera al Ceo di Google ichai in merito al possibile lancio del motore di ricerca “censurato”. Per i politici Usa, Google crea un grave precedente, invitando altre aziende ad accomodarsi alla volontà del governo cinese venendo meno ai loro valori in nome del business.

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