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L'INDAGINE SULL'ADVERTISING

Google, partono gli “interrogatori”: è il turno di Oracle

Decine le tech companies convocate per verificare la condotta di business di BigG ed eventuali illeciti. L’azienda fondata da Ellison ha ancora in corso un contenzioso sull’uso di Java nella versione mobile di Android

26 Set 2019

Patrizia Licata

giornalista

Si approfondisce l’indagine antitrust contro Google avviata sia dai procuratori generali di 48 Stati Usa sia dalle autorità federali: gli inquirenti stanno sentendo alcune aziende clienti di Big G nell’advertising per verificare la condotta di business del gruppo di Mountain View e la presenza di eventuali illeciti. Tra le aziende interrogate c’è Oracle, il colosso dell’It che ha un contenzioso ancora aperto con Google relativamente all’utilizzo di Java nel sistema operativo mobile Android: secondo l’accusa, Google avrebbe violato i brevetti di Oracle; Big G replica di aver attinto a codici non coperti da copyright.

L’indagine antitrust degli Stati americani contro Google, aperta a inizio mese, si focalizza sulle attività di pubblicità e ricerca dell’azienda californiana. È guidata dal procuratore generale del Texas, il Repubblicano Ken Paxton e gli unici Stati a non partecipare sono California e Alabama.

L’indagine federale è invece condotta dalla commissione Giustizia della Casa dei rappresentanti. La commissione della Camera sta cercato informazioni da decine di aziende che potrebbero essere state danneggiate sul mercato dai giganti hitech, non solo Google. Per ora rispondere alle domande degli inquirenti non è obbligatorio, ma le autorità federali potrebbero decidere di emettere dei mandati di comparizione e alcune aziende, scrive ancora Reuters, lo preferirebbero: se fossero costrette dalla commissione parlamentare a fornire informazioni sui fatti oggetto dell’inchiesta si sentirebbero al riparo da eventuali ritorsioni di Google e le altre tech companies.

Oracle ha confermato di aver risposto a domande sia dei procuratori generali statali sia della commissione Giustizia della Camera.

Big Tech nel mirino

Washington ha intensificato lo scrutinio sulle tech companies, con un pressing che arriva da entrambe le formazioni politiche: contro lo strapotere dei colossi dominanti della tecnologia e del digitale si sono espressi tanto il presidente Donald Trump e alcuni fedelissimi dei Repubblicani quanto la senatrice Democratica Elizabeth Warren, candidata alle presidenziali Usa 2020 e considerata esponente di “sinistra”.

Nel mirino ci sono questioni che vanno dall’antitrust alla protezione dei dati personali alla difesa contro le ingerenze politiche straniere. A giugno il dipartimento di Giustizia (DoJ) e la Federal trade commission (Ftc) hanno avviato due inchieste parallele dividendosi il lavoro: il DoJ indaga su Google e Apple, mentre la Ftc si occupa di Facebook e Amazon.

Contemporaneamente la commissione Giustizia della Camera indaga su tutte e quattro le aziende per chiarire se la loro attività M&A si è svolta nell’ambito della legittimità o a detrimento della libera concorrenza. A livello statale, si sono aperte le indagini su Google (con 48 stati coinvolti) e su Facebook, con 8 stati coinvolti guidati dalla procura generale di New York.

L’annosa disputa Oracle vs. Google

Oracle ha un lungo contezioso ancora aperto su questioni brevettuali: ha accusato Big G di aver violato i suoi diritti e la sua proprietà intellettuale sulla piattaforma di sviluppo software Java nella progettazione di Android e ha chiesto 9 miliardi di dollari di danni. Google sostiene di aver usato interfacce di programmazione (Api) aperte a tutti e entro i confini del fair use. La causa è stata intentata da Oracle nel 2010 e ha visto di volta in volta i giudici pronunciarsi a favore dell’una o dell’altra parte mentre la causa rimbalzava tra i vari gradi di giudizio. A gennaio 2019 Google si è rivolta alla Corte suprema sostenendo che precedenti decisioni favorevoli a Oracle; la Corte ha chiesto all’amministrazione Trump di pronunciarsi dando un parere. 

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