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MERCATO

Traballa la corona di Apple, l’allarme sulle vendite di iPhone scuote Wall Street

A picco i fornitori di componenti. Lumentum Holdings, che fornisce i sensori per FaceID, perde il 30% trascinando l’intero comparto. L’azienda guidata da Tim Cook protegge i profitti con i servizi legati agli smartphone ma per le aziende dell’hardware che dipendono dalla Mela non c’è al momento un piano B

13 Nov 2018

Patrizia Licata

giornalista

Le vendite di iPhone piatte non sono un problema per Apple, ma per i suoi fornitori. La cronaca di questi giorni lo conferma: il produttore di schermi Japan Display e il produttore di sensori per FaceID (il riconoscimento facciale dell’iPhone) Lumentum Holdings hanno ridotto le stime sui risultati del trimestre in corso. Hon Hai Precision Industry, il più grande gruppo che assembla componenti per il telefono della Mela, ha già pubblicato una trimestrale sottono.

L’allarme su ricavi e profitti dei fornitori hitech ha scatenato un’ondata di vendite a Wall Street. Ieri in Borsa la stessa Apple ha perso il 5%, ma Lumentum è crollata di oltre il 30%. Japan Display (metà del fatturato legato ad Apple) ha lasciato sul tappeto il 9,5% mentre Hon Hai Precision è al valore minimo da cinque anni. Contiene le perdite (-3,6%) il fornitore di chip Dialog Semiconductor, di cui Cupertino ha di recente acquisito per 600 milioni di euro un team di 300 ingegneri e la tecnologia per la gestione delle batterie. L’accordo ha rilanciato il ruolo di Dialog come fornitore degli iPhone nel lungo termine e mitigato le preoccupazioni sulla dipendenza dalle commesse di Cupertino (oggi valgono il 75% del fatturato del chipmaker).

I fornitori sono più dipendenti dai volumi di vendita rispetto ad Apple“, ha dichiarato Woo Jin Ho, analista di Bloomberg Intelligence. “Si rischia un effetto-valanga su tutta la supply chain“. Non a caso il crollo di Lumentum ha contagiato tutto il settore dei semiconduttori, con perdite a Wall Street anche per i big Nvidia e Advanced Micro (AMD).

La casa della Mela riesce a far fronte a vendite in rallentamento per il suo prodotto di punta con un’Arpu elevato che protegge i profitti. Apple alza il prezzo del device e dei servizi connessi e costruisce la sua forza su un ecosistema digitale sempre più ricco che include musica, video e storage dei dati e un brand che ancora viene percepito come uno status symbol.

Un device Apple venduto al consumatore rappresenta per il fornitore un guadagno una tantum, legato alla componente in quello smartphone. Per Apple, invece, il guadagno è continuo grazie ai servizi. Nell’ultima trimestrale di Apple il numero di iPhone venduti è invariato, ma le entrate connesse sono aumentate del 29% anno su anno.

Apple sta anche allungando la vita dei suoi prodotti. Il nuovo sistema operativo iOs 12 può supportare 28 device Apple, anche modelli del 2013. I cicli di sostituzione degli iPhone potrebbero superare i tre anni e, anche se questo vuol dire vendite a rilento per Apple, i clienti continueranno a pagare per i suoi software e i suoi servizi.

Non va altrettanto bene per i fornitori. Apple riduce le commesse e  i magazzini si riempiono; l’invenduto costringe a ridurre i prezzi applicati. Lumentum ha indicato che nel suo secondo trimestre fiscale (i tre mesi che si chiudono a dicembre 2018) le revenue saranno comprese tra 335 e 355 milioni di dollari contro i 405-430 milioni preventivati in precedenza. Il ceo Alan Lowe ha spiegato che la previsione al ribasso è legata al calo degli ordini dal maggiore cliente. Il top manager non ha fatto nomi ma per gli analisti non esistono dubbi: negli ultimi documenti regolatori Apple figura come il cliente da cui dipende il 30% del fatturato dell’azienda delle componenti ottiche.

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