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LAVORO

Call center, l’eccezione Jobs Act divide i sindacati

Per la Slc Cgil la decisione di mantenere i co.co.pro. per gli operatori outbound è l’ennesimo favore alle imprese. Azzola: “Serve un progetto sistemico per il settore”. Soddisfatta la Fistel Cisl. Serao: “Sarà un freno alle delocalizzazioni”. Ugliarolo (Uilcom): “Solo un primo passo”

24 Feb 2015

Federica Meta

Una scelta miope che non servirà a tutelare l’occupazione, nemmeno dei lavoratori in outbound. La Slc Cgil boccia senza appello la decisione del governo, inserita nei decreti delegati usciti dall’ultimo Cdm, di non abolire i co.co.pro. per gli addetti dei call center outbound.

“Renzi ha dimostrato di ragionare per schemi – spiega a CorCom Michele Azzola, segretario nazionale della SlcCgil – Ha deciso di non abolire i contratti a progetto per tutelare l’occupazione nel settore, ma non ha tenuto conto delle migliaia di addetti a tempo indeterminato che rischiano di perdere il lavoro per effetto della normativa sui cambi di appalto attualmente in vigore e, ora, anche per il Jobs Act”.

Per Azzola la crisi occupazionale nel call center andrebbe affrontata “con un progetto sistemico per il settore all’interno del quale ragionare sulle modalità contrattuali più opportune”.

“Fatta in questo modo – conclude il sindacalista – la decisione di mantenere i co.co.pro. per alcune professionalità sembra l’ennesimo favore fatto alle imprese”.

Di tutt’altra opinione la Fistel Cisl. Come spiega Giorgio Serao, della segreteria nazionale, “l’eccezione Jobs Act per il call center” è stata “una scelta saggia che arginerà il fenomeno della delocalizzazione delle attività outbound ”.

“Si è riconosciuta l’efficacia dell’accordo sindacale nazionale sottoscritto nell’agosto 2013 in ottemperanza delle indicazioni di legge emanate dall’allora ministro del Lavoro Fornero – ricorda Serao al nostro giornale – che garantisce minimi salariali. Ora è arrivato il momento di lavorare perché quei minimi siano aggiornati come da contratti collettivi nazionali”.

Per il segretario generale Uilcom, Salvo Ugliarolo, “la scelta servirà a mantenere l’occupazione, tenuto conto che le aziende in questione difficilmente avrebbero scelto il contratto a tutele crescenti ma più realisticamente avrebbero portato delocalizzato le attività”.

“Detto questo – evidenzia Ugliarolo – non bastano i co.co.pro. a risolvere la crisi dei call center che è una crisi sistemica che inerisce strettamente la norme attualmente vigenti e riguarda anche i lavoratori a tempo indeterminato. È dunque necessario intervenire su più livelli. E questo lo andremmo a riferire anche domani al viceministro allo Sviluppo economico De Vincenti in occasione dell’incontro tecnico del tavolo sui call center”.

Il decreto delegato approvato dal Cdm dello scorso venerdì abolisce i contratti di collaborazione a progetto a partire dal 1° gennaio 2016 (quelli già in essere potranno proseguire fino alla loro scadenza) ma fa salve “le collaborazioni regolamentate da accordi collettivi, stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamentepiù rappresentative sul piano nazionale, che prevedono discipline specifiche relative al trattamento economico e normativo in ragione delle particolari esigenze produttive ed organizzative del relativo settore e poche altri tipi di collaborazioni”. Tra queste ci sono i call center appunto.

Per Paolo Sarzana, vicepresidente di Teleperformance “si tratta di una scelta che riconosce la specificità dei settore dei call center in outbound e che rende ancora più solida la riforma del mercato del mercato del lavoro voluta da questo governo. Se non si fosse riconosciuta tale specificità molte imprese sarebbero state costrette a delocalizzare le attività”.

Il mantenimento dei co.co.pro, stando alle stime Assocontact, salvaguarda circa 80mila posti di lavoro. Nelle scorse settimane proprio l’associazione si era appellata al governo proprio per chiedere che i co.co.pro. rimanessero in vigore per il settore.

Per Assocontact l’eliminazione delle forme atipiche dei contratti di lavoro, avrebbe prodotto immediatamente pesanti conseguenze occupazionali in diversi settori industriali fra i quali quello dei contact center.