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LA CRISI

Call center, tolleranza zero: il governo lavora a una “blacklist”

Nuove regole allo studio del Mise: misure nei confronti delle imprese che assegnano gare al massimo ribasso e non rispettano i contratti. E si punta a estendere la cassa integrazione ai lavoratori del settore

21 Ott 2016

F.Me.

Il governo alla stretta sule regole dei call centrer. Di fronte alla crisi che affligge il settore – i sindacati lanciano l’allarme su 80mila posti a rischio – il ministero per lo Sviluppo economico sta mettendo a punto una serie di azioni per tutelare imprese e lavoro. Due i nodi da sciolgiere. Il primo: molti hanno i call center all’estero perché il lavoro costa meno. Il secondo: le gare al massimo ribasso, in cui vincono le società che non applicano il contratto collettivo che prevede un salario orario di 17 euro lordi.

Calenda e la viceministra Teresa Bellanova lavorano a una “black list”, un elenco delle aziende, sia private sia a controllo pubblico, che assegnano appalti a un costo inferiore dei minimi contrattuali. Una pratica che porta alla successiva delocalizzazione. “Non è un atteggiamento corretto per le aziende — dice il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda — che devono essere sempre attente alla loro responsabilità sociale”.

Due novità saranno inserite nel disegno di legge di Bilancio: il rafforzamento degli obblighi, in particolare sulla privacy, per le società che spostano i call center fuori dall’Unione europea e l’estensione della cassa integrazione per i lavoratori del settore.

La necessità di mettere mano alle regole è stata evidenziata anche dall’Ad di Almaviva Contact, Andrea Antonelli. “Rispetto a un settore allo stremo, a un contesto di mercato sempre più caratterizzato da crisi generali come conseguenza di leggi sulla delocalizzazione non rispettate e gare pubbliche e appalti privati assegnati con tariffe spesso sotto il costo del lavoro minimo dei contratti nazionali, è necessario un deciso cambio di passo e agire immediatamente – ha detto il manager – Servono elementi di netta discontinuità che affrontino con carattere strutturale la profonda crisi del settore”. Per Antonelli “è il momento di decidere se seguitare ad attardarsi su politiche conservative senza speranza e logiche di stampo assistenziale – continuo ricorso agli ammortizzatori evocato dal sindacato come illusoria ricetta universale – o mettere in campo indirizzi di politica industriale, anche dolorosi se è necessario, che sappiano misurarsi con la presa d’atto di un mercato totalmente fuori equilibrio. Elementi di netta discontinuità che affrontino con carattere strutturale la profonda crisi del settore. da dell’innovazione”.

“L’unica alternativa è prevedere modelli e percorsi nuovi in grado di costruire soluzioni stabili per il futuro, che chiamino la responsabilità di imprese, organizzazioni sindacali e istituzioni”, ha concluso.

Anche Assocontact, l’associazione nazionale dei contact center in outsourcing, ribadisce l’urgenza di un riordino organico del comparto. Sono necessarie misure ad hoc: combattere il sistema delle gare al massimo ribasso, rispetto delle procedure operative previste per legge come quella del “controllo a distanza”, applicazione dei soli contratti nazionali collettivi siglati dalle organizzazioni sindacali nazionali maggiormente rappresentative, modifica ed aggiornamento delle procedure inerenti l’attività del Telemarketing, applicazione concreta della “Clausola di salvaguardia sociale” in occasione delle gare e scadenze dei contratti, lotta all’illegalità. In quest’ottica si pone il disegno di legge depositato dalla Senatrice Stefania Pezzopane (PD) e “di cui urge avviare l’iter”, dice Assocontact.

Gli sgravi contributivi inoltre, in un settore labor intensive dove il costo del lavoro rappresenta l’80% del conto economico, si traducono in abbattimento del costo del lavoro a favore della committenza alimentando politiche di dumping e non favorendo sana e durevole occupazione: andrebbero quindi riconosciuto ed applicati in maniera maggiormente diluita nel tempo (6 anni invece che 3) per evitare un uso speculativo. “In base ai costi orari previsti dal contratto collettivo nazionale di lavoro- fa notare Assocontact- i servizi di customer care dovrebbero essere venduti ad una media di 28 euro/ora: oggi la media e’ di 21/22 a fronte di gare che anche quando rispettano i criteri cosi’ detti della “massima economicita’” sono sbilanciate su una valutazione fatta al 70% dal prezzo e solo al 30% dalla qualita’ dei servizi offerti. Il settore rappresenta un anello vitale all’interno della filiera del “digitale”: necessita di un proprio contratto di riferimento e di nuove regole in grado di consentire la sostenibilita’ economica di un comparto strategico per la crescita del Paese”.

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