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LEADERSHIP TECNOLOGICA

Google rientra in Cina? Baidu non teme rivali: “La spunteremo noi”

Il ceo Robin Li commenta la notizia dell’eventuale discesa in campo del motore americano con una soluzione tarata sulle esigenze del governo. “Le aziende cinesi sono ormai in grado di competere su scala mondiale”

07 Ago 2018

Patrizia Licata

giornalista

Baidu non teme il rientro di Google in Cina: Robin Li, Ceo del colosso hitech cinese che domina il mercato nazionale della Internet search e ha sviluppato una leadership nelle tecnologie di intelligenza artificiale, ha dichiarato che, se le due aziende arriveranno a fronteggiarsi, “Baidu vincerà di nuovo”. “Le aziende cinesi hanno grandi capacità e sono sicure dei propri mezzi”, ha aggiunto Li: sono in grado di competere con le rivali occidentali non solo in Cina ma su scala globale.

Robin Li ha così commentato, riporta Reuters, le notizie diffusesi nei giorni scorsi secondo cui Google sarebbe pronta a rientrare sul mercato cinese della ricerca Internet e del cloud. Anche il People’s Daily, organo di stampa del Partito Comunista cinese, ha riportato le indiscrezioni dei media occidentali scrivendo che Google è la benvenuta in Cina, purché rispetti le leggi locali.

Il colosso americano aveva lasciato le attività in Cina nel 2010 dopo essere venuto ai ferri corti con Pechino a causa della censura applicata all’accesso ai contenuti su Internet, ma nei giorni scorsi alcune indiscrezioni di stampa hanno sostenuto che Google si appresti a tornare sul mercato cinese assecondando le richieste del governo: la app per la search rispetterà le restrizioni del Great Firewall e l’attività cloud si baserà su partnership locali per conservare e gestire i dati digitali su suolo cinese.

Google non ha al momento confermato nessuno di questi progetti ma per molti analisti il colosso americano non può più permettersi di restare fuori dalla Cina dopo che il presidente Xi Jinping ha varato una politica industriale (Made in China 2025) che punta sulle tecnologie innovative e sull’AI. Google è consapevole che la rivale Baidu ha sviluppato tecnologie e esperienza in molti dei suoi settori core, come search, AI e guida autonoma, e fin dall’anno scorso è andata in pressing per riallacciare i rapporti con Pechino: ha annunciato l’apertura in Cina di un centro di ricerca sull’intelligenza artificiale che metterà al lavoro talenti locali e ha cominciato a pubblicizzare i suoi prodotti di AI presso il governo nazionale e le amministrazioni locali; ha siglato un’alleanza col colosso hitech Tencent su licenze e brevetti; ha investito 550 milioni di dollari nel gruppo cinese dell’e-commerce JD.com; e ora sarebbe a caccia di ulteriori partnership per offrire i servizi cloud della G Suite nel paese asatico.

Anche le altre tech companies americanae seguono strategie simili: Apple ha rimosso centinaia di app dal suo negozio di applicazioni cinese, mentre Facebook (le cui app sono censurate in Cina) ha provato ad aprire un hub hitech nella città di Hangzhou. Il possibile lancio del motore di ricerca Google “censurato” è stato attaccato dagli attivisti dei diritti umani e ha anche suscitato proccupazione a Washington ma, sottolineato gli analisti, sono soprattutto le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina a gettare nell’incertezza le iniziative di Google e di tutte le tech companies americane, che rischiano azioni di rappresaglia di Pechino dopo il varo dei dazi americani che colpiscono proprio le tecnologie e i prodotti del Made in China 2025.

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