Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

LA CRISI

Call center, norme anti-crisi nella legge di Bilancio

Rafforzamento delle sanzioni, identificazione delle responsabilità dei committenti e ammortizzatori sociali tra le misure a cui lavora il governo. Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda: “Renderemo pubblici i nomi delle imprese che vìolano la legge”

25 Ott 2016

Federica Meta

Nella legge di bilancio verranno introdotte nuove norme sui call center con un rafforzamento delle sanzioni, la responsabilità dei committenti e ammortizzatori sociali. Lo ha annunciato il ministro per lo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, conversando con i giornalisti in occasione di un convegno dell’Astrid. “Mi piacerebbe inserire le nuove norme nel primo decreto utile ma probabilmente – ha detto Calenda – verranno inserite nella legge di bilancio. Stiamo cercando di capire quale possa essere il veicolo più veloce. Abbiamo iniziato un forte lavoro di controlli a norme vigenti e metteremo dentro norme per il rafforzamento delle sanzioni, per la responsabilità dei committenti e per gli ammortizzatori sociali. In pendenza di questo – ha aggiunto Calenda – abbiamo già detto alle società che se dovessimo verificare anomalie, oltre alle sanzioni renderemo pubblici i nomi”.

Il governo studia dunque strategie per affrontare le crisi che affligge il settore – i sindacati lanciano l’allarme su 80mila posti a rischio . Due i nodi da sciogliere. Il primo: molti hanno i call center all’estero perché il lavoro costa meno. Il secondo: le gare al massimo ribasso, in cui vincono le società che non applicano il contratto collettivo che prevede un salario orario di 17 euro lordi.

Calenda e la viceministra Teresa Bellanova lavorano a una “black list”, un elenco delle aziende, sia private sia a controllo pubblico, che assegnano appalti a un costo inferiore dei minimi contrattuali. Una pratica che porta alla successiva delocalizzazione. “Non è un atteggiamento corretto per le aziende — evidenzia Calenda — che devono essere sempre attente alla loro responsabilità sociale”.

La necessità di mettere mano alle regole è stata evidenziata anche dall’Ad di Almaviva Contact, Andrea Antonelli. L’azienda è alle prese con una crisi che l’ha costretta ad annunciare la chiusura delle sedi di Roma e Napoli con 2500 tagli al personale. “Rispetto a un settore allo stremo, a un contesto di mercato sempre più caratterizzato da crisi generali come conseguenza di leggi sulla delocalizzazione non rispettate e gare pubbliche e appalti privati assegnati con tariffe spesso sotto il costo del lavoro minimo dei contratti nazionali, è necessario un deciso cambio di passo e agire immediatamente – ha detto il manager – Servono elementi di netta discontinuità che affrontino con carattere strutturale la profonda crisi del settore”.

Per Antonelli “l’unica alternativa è prevedere modelli e percorsi nuovi in grado di costruire soluzioni stabili per il futuro, che chiamino la responsabilità di imprese, organizzazioni sindacali e istituzioni”.

Anche Assocontact, l’associazione nazionale dei contact center in outsourcing, ribadisce l’urgenza di un riordino organico del comparto. Sono necessarie misure ad hoc: combattere il sistema delle gare al massimo ribasso, rispetto delle procedure operative previste per legge come quella del “controllo a distanza”, applicazione dei soli contratti nazionali collettivi siglati dalle organizzazioni sindacali nazionali maggiormente rappresentative, modifica ed aggiornamento delle procedure inerenti l’attività del Telemarketing, applicazione concreta della “Clausola di salvaguardia sociale” in occasione delle gare e scadenze dei contratti, lotta all’illegalità. In quest’ottica si pone il disegno di legge depositato dalla senatrice Stefania Pezzopane (PD) e “di cui urge avviare l’iter”, dice Assocontact.

Gli sgravi contributivi inoltre, in un settore labor intensive dove il costo del lavoro rappresenta l’80% del conto economico, si traducono in abbattimento del costo del lavoro a favore della committenza alimentando politiche di dumping e non favorendo sana e durevole occupazione: andrebbero quindi riconosciuto ed applicati in maniera maggiormente diluita nel tempo (6 anni invece che 3) per evitare un uso speculativo.

Articolo 1 di 4