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L'ANALISI

Datagate, fine della “pacchia” regolatoria a stelle e strisce?

Facebook, Google e Amazon sono sotto il fuoco dei regolatori della privacy e dell’antitrust, anche negli Usa. La Gdpr europea obbligherà il cambio di marcia sui dati, ma potrebbero arrivare vincoli anche sui device. Apple nel mirino

09 Apr 2018

Patrizia Licata

giornalista

Per Facebook e i colossi di Internet  si avvicina la fine dell'”era dell’impunità”: il datagate potrebbe essere l’evento spartiacque che sentenzia una volta per tutte che le regole che vigono per le aziende tradizionali vanno estese al mondo online. Lo stesso Mark Zuckeberg ha dovuto ammettere che serve una regulation – benché abbia chiarito che Facebook non estenderà le garanzie della General data protection regulation europea su scala mondiale.

I grandi gruppi hitech – anche Google, Amazon, Applecominciano a temere per il loro stesso valore di mercato, che dipende anche dalla capacità di dare credibilità ai consumatori e agli investitori. L’altalena in Borsa dei titoli tecnologici nelle ultime settimane ne è la dimostrazione: pesa lo scandalo Cambridge Analytica unito all’incremento della pressione regolatoria.

Come nota in un commento il Wall Street Journal, Amazon, Apple, Google, Facebook hanno accumulato un potere economico gigantesco grazie a un business in continua espansione che macina guadagni e viene premiato in Borsa. Questo rapporto di fiducia è pronto a spezzarsi. Per la prima volta gli americani si chiedono che cosa facciano le piattaforme Internet con i loro dati. E per la prima volta i procuratori generali di alcuni Stati Usa sono pronti ad agire legalmente: lo ha fatto già quello del Missouri, che ha chiesto a Facebook di rivelare quali politici hanno pagato per avere dati personali degli utenti e se questi siano stati informati.

L’Europa si è portata all’avanguardia con la Gdpr, che entrerà in vigore il 25 maggio e proteggerà i dati dei cittadini dell’Ue anche al di fuori dei confini dell’Unione, un requisito che obbligherà le aziende americane a modifiche a volte radicali delle loro policy. Il pressing europeo sulla privacy si unisce a quello degli Usa sulle questioni antitrust: il presidente Donald Trump non ha mai nascosto la sua ostilità verso i colossi della Silicon Valley che esercitano un vero e proprio dominio di mercato. La recente approvazione da parte del Congresso della legge sul traffico di persone e sfruttamento sessuale (Stop enabling sex traffickers Act) ha messo fine a decenni di “immunità” dei gruppi tecnologici, sottolinea il WSJ. Al Congresso è ancora in fase di discussione la legge che vuole imporre alle piattaforme online le stesse regole cui sottostanno radio e Tv in fatto di spot politici, altra norma che, se approvata, introdurrà un importante vincolo per le aziende hitech.

“Siamo un caso unico a livello mondiale: negli Stati Uniti le aziende tecnologiche non sottostanno praticamente a nessuna regola. Non è normale se si pensa all’impatto di queste aziende”, ha dichiarato Roger McNamee, un ex investitore di Facebook, oggi molto critico verso i grandi gruppi della Silicon Valley.

Il nodo centrale sono i dati delle persone e come vengono raccolti e usati. Secondo McNamee Apple è l’azienda americana meglio posizionata nei confronti del Gdpr, perché la normativa europea è “coerente col suo sistema di valori”. L’azienda di Cupertino ha già modificato il sistema operativo iOs in vista del 25 maggio, tuttavia non è detto che gli sviluppatori dell’ecosistema della Mela rispettino le stesse stringenti regole sulla privacy; inoltre, l’utente di un iPhone che accede a Facebook potrebbe comunque cedere più dati di quanto si renda conto se il social network non è compliant. Per questo ora i commentatori americani sono pronti a scommettere che non ci saranno più sconti per nessuno: tutti i colossi hitech dovranno prepararsi a un inasprimento regolatorio che si estenderà probabilmente dai sistemi di raccolta dei dati ai device stessi che permettono questa raccolta, a partire da smartphone e tablet.

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