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ANTITRUST

Vestager non molla: su Google & co. lo spettro delle “misure ad interim”

L’obbligo di fermare le pratiche che si presumono anticoncorrenziali scatterà questo mese contro il colosso dei chip Broadcom. Stessa sorte per gli altri big del tech?

08 Ott 2019

Patrizia Licata

giornalista

L’Unione europea è pronta a far scattare questo mese le “misure ad interim” contro Broadcom  decise a giugno dagli uffici antitrust di Margrethe Vestager per evitare “gravi e irreparabili danni” al mercato. Per gli analisti si tratta solo del primo passo verso un inasprimento delle politiche di Bruxelles a tutela della concorrenza: la commissaria europea, che dal primo novembre sarà vice-presidente esecutivo col doppio ruolo di capo dell’antitrust e delle politiche sul digitale, potrebbe procedere con un nuovo giro di vite contro le Big tech e imporre altre misure temporanee, che esigono il blocco del comportamento ritenuto anticompetitivo finché è corso l’inchiesta delle autorità Ue.

L’indagine su Broadcom e il mercato dei chip

Lo scorso giugno la Commissione europea ha annunciato l’apertura di un’indagine antitrust sul colosso americano dei chip Broadcom per verificare se l’azienda restringe la concorrenza tramite le clausole di esclusività. Sotto la lente degli uffici della Vestager ci sono in particolare i mercati dei chipset per Tv e modem. Mentre svolgerà l’indagine, l’esecutivo Ue ha anche stabilito l’imposizione di misure temporanee. La Commissione Ue ha spedito a Broadcom uno statement of objections spiegando i motivi per cui ritiene necessarie le misure provvisorie. Broadcom ha difeso i suoi comportamenti affermando di seguire le regole del mercato ed è ricorsa in appello.

Sulle Big Tech lo spettro delle misure ad interim

Il Financial Times sottolinea che è la prima volta in venti anni che la Commissione europea decide di ricorrrere alle misure ad interim. La testata finanziaria evidenzia anche come la conferma del commissario alla concorrenza per un secondo mandato di cinque anni sia una rarità in Ue; la Vestager ha già illustrato al Parlamento europeo i punti chiave della sua strategia incentrata sulla definizione di un quadro normativo sulla concorrenza al passo dell’economia digitale, tra cui un Digital service Act.

Questo doppio incarico, secondo gli osservatori, segnala l’intenzione di Bruxelles di affilare le armi contro i comportamenti anticompetitivi. Se le misure ad interim non saranno ribaltate in appello, è probabile che la Commissione provi a procedere con lo stesso sistema contro le Big tech, imponendo alle multinazionali – Google in primis – l’obbligo di fermare i comportamenti ritenuti anticoncorrenziali finché le inchieste non sono chiuse. La Vestager intende così rendere più veloce ed efficace la risposta dell’esecutivo Ue alle sfide della concorrenza sul mercato digitale.

Secondo le fonti sentite dal Ft, la Commissione europea non è soddisfatta dei risultati ottenuti con le multe contro Google, che per il colosso americano sarebbero solo uno dei gestibili costi del fare affari in Europa, ma non cambiano in modo sostanziale il comportamento.

Tensioni con gli Stati Uniti

Nel caso Broadcom la Commissione sostiene di aver raccolto informazioni che indicano che l’azienda potrebbe implementare una serie di clausole di esclusitività sui suoi prodotti systems-on-a-chip (chipset che uniscono circuiti elettronici e rappresentano il cuore di prodotti come decoder e modem), front-end chip (componenti hardware che traducono i segnali analogici in digitale) e chipset wifi (permettono ai decoder di usare le reti Wlan). Tali pratiche potrebbero includere obblighi di acquisto in esclusiva o la concessione di sconti o altri vantaggi in cambio di acquisti in esclusiva o per quantità minime di chip; il bundling di prodotti; e strategie “abusive” relative alla proprietà intellettuale che possono minare l’interoperabilità tra i prodotti Broadcom e di altri fornitori.

Il pugno duro di Bruxelles sulle aziende tecnologiche americane rischia di esacerbare i rapporti dell’Unione europea con gli Stati Uniti, già tesi per le questioni dazi e web tax: il presidente Donald Trump ha accusato la Vestager di odiare gli Usa “forse più di chiunque altro io abbia conosciuto” dopo le multe inferte dalla commissaria contro Google, Facebook e Amazon.

Su Google, in particolare, l’antitrust europeo ha già inferto tre multe (1,49 miliardi di euro per abuso di posizione dominante con la piattaforma AdSense nel settore della pubblicità per motori di ricerca; 4,34 miliardi per abusi con il sistema operativo Android 2,4 miliardi per i servizi di comparazione e shopping) e ad agosto ha aperto un dossier per esaminare se il motore di ricerca americano, con il suo prodotto Google Jobs, favorisce in modo sleale i propri annunci rispetto a quelli delle piattaforme concorrenti del recruiting online.

Fronte aperto su dati e tasse

A luglio è arrivata l’ufficializzazione dell’inchiesta dell’Unione europea su Amazon e l’uso dei dati dei merchant: l’antitrust intende “valutare se l’utilizzo da parte di Amazon di dati sensibili raccolti dai venditori indipendenti presenti sulla sua piattaforma violi le norme Ue sulla concorrenza”. Anche Facebook resta un sorvegliato speciale per la questione dati, anche se non esiste alcuna inchiesta al momento.

Altro fronte caldo è la web tax: non riguarda solo le Big tech ma i colossi americani del digitale saranno i primi ad essere colpiti da eventuali nuove misure fiscali su scala europea. Per la Vestager è urgente varare una legge sulla tassazione dei grandi operatori digitali, che macinano profitti ma godono di aliquote irrisorie; se dovesse mancare il consenso globale, l’Europa “dovrà fare strada“.

La questione dell’elusione fiscale ha colpito in particolare Apple: gli uffici Antitrust guidati dalla commissaria Vestager, nell’agosto del 2016, hanno deciso che l’azienda americana deve rimborsare all’Irlanda 13 miliardi di euro in imposte arretrate. La cifra-record rappresenta per Bruxelles l’ammontare dei “benefici fiscali illeciti” che l’Irlanda ha concesso ad Apple. Sia l’azienda degli iPhone che il governo irlandese sono ricorse in appello contestando la decisione.

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